Sanità, Obama trova l’accordo per avere l’ok alla sua legge

In poco più di un anno alla Casa Bianca la riforma sanitaria di Barack Obama è sempre rimasta uno dei punti fermi dell’agenda. «Facciamolo per il popolo americano». Così il presidente ha chiuso il discorso alla Camera dei rappresentanti prima del voto cruciale di ieri. Un voto che si è protratto per ore nel corso della notte, dopo l’approvazione delle regole procedurali. Ma l’impressione, per tutti gli osservatori, era che dopo un anno di battaglie al Congresso, uno dei punti simbolo della campagna elettorale obamiana fosse giunto al traguardo, per riuscire dove già svariati predecessori avevano fallito, ovvero nell’allargare le maglie della sanità americana fino a coprire altri 32 milioni di cittadini, ora senza assicurazione. Battaglie incerte, fatte di 54 discorsi, 13 interventi radio, nove dibattiti pubblici, due summit sulla riforma. E di molte telefonate a decine di deputati indecisi, con un conto alla rovescia continuo in un crescendo di ottimismo culminato con la sicurezza di John Larson, capogruppo democratico alla Camera, che, nella mattinata di ieri, ha detto di avere, «al momento», i 216 sì necessari a superare l’opposizione repubblicana. Che appare all’angolo. David Frum, ex speechwriter di George W. Bush, poco prima del voto era ormai rassegnato: «I repubblicani si aspettavano che la riforma sarebbe diventata la Waterloo di Obama, invece ci siamo sbagliati. Seguire le voci più radicali ci ha portati a una sconfitta irreversibile». Eppure i «sì» sono cresciuti con il contagocce. Prudente è stato Steny Hoyer, leader della maggioranza, che aveva assicurato che «i voti ci saranno in tarda serata», dopo due ore di dibattito sulla legge già passata al Senato e la decisione della speaker Nancy Pelosi di andare alla conta sui provvedimenti. E allora, per tutta la domenica, è stata una ridda di annunci, con Obama attaccato al cellulare per strappare l’approvazione ad alcuni deputati all’interno del suo partito e il predecessore Bill Clinton arruolato per convincere gli indecisi.
Una serie di contatti che ha portato ad alcuni risultati, come l’annuncio dell’appoggio alla legge di Bart Stupak, democratico anti-abortista del Michigan. Attorno a lui si erano riuniti un gruppo di colleghi, tutti cattolici, che fino all’ultimo avevano tenuto la Casa Bianca sotto scacco, seminando incertezza sul loro voto. Ma il presidente ha dato assicurazioni ai deputati più scettici: emanerà un ordine esecutivo sull’aborto, che ne riaffermerà i limiti, dopo il voto alla Camera. Poco dopo è stato raggiunto un accordo della Casa Bianca con i parlamentari democratici anti-abortisti: voto a favore della riforma sanitaria in cambio del rafforzamento dei divieti di finanziamento per interventi di assistenza medica nei casi di aborto.
La giornata sarà ricordata per le trattative e per le tensioni. «Aspettatevi una serata interessante», aveva assicurato il deputato repubblicano Mike Pence, promettendo l’uso di ogni arma disponibile per bloccare il cammino della riforma. Tensione fra i partiti che si è riflessa anche nel Paese: sulla soglia del Congresso quattro deputati democratici, tre afroamericani e un omosessuale, sono stati presi di mira da qualche centinaio di persone aderenti ai gruppi conservatori dei «Tea Parties» e sono stati ricoperti di sputi e insulti a sfondo razziale o omofobo. E chissà se quando aveva invitato i suoi uomini a «resistere» per raggiungere l’obiettivo, Obama pensava anche a questo. «So che siete sotto pressione - aveva detto alle fila democratiche - ma questo è uno di quei momenti in cui potete dire onestamente a voi stessi: “Maledizione, è proprio per questo che sono qui”».

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