Economia

Saras, l’inchiesta slitta a settembre

MilanoIeri mattina scivolano in fretta, uno dopo l’altro, nella stanza del pubblico ministero Luigi Orsi, nel lungo corridoio deserto della Procura milanese. Sono Federico Imbert e gli altri manager di Jp Morgan inquisiti per la presunta operazione di maquillage che secondo la Procura portò la Saras dei fratelli Moratti a sbarcare in Borsa ad un valore spropositato, almeno il 30 per cento in più di quello reale. Gli interrogatori durano poche decine di minuti ciascuno. Il tempo per gli uomini di Jp Morgan di sedersi insieme con i loro avvocati, di declinare le loro generalità, e di spiegare che avrebbero tutta la volontà di spiegare subito cosa accadde nell’aprile di tre anni fa, al momento della quotazione di Saras. «Ma la vicenda è così complessa - spiegano gli indagati al pm - che va ricostruita nei dettagli. Ci serve un po’ di tempo». Insomma, ci si rivede a settembre. E la stessa cosa è probabile che dicano i manager di Morgan Stanley e Caboto, oggi e domani, quando verrà il loro turno di presentarsi a Orsi.
Ma non è affatto detto che il rinvio a settembre ostacoli i piani della Procura in questa inchiesta delicata e complessa. Perché da qui a settembre le indagini andranno avanti, e quando gli uomini delle banche d’affari torneranno a sedersi davanti al pubblico ministero, è possibile che il quadro di accuse che si troveranno davanti sia ancora più chiaro. E che aiuti a ricostruire ancora meglio il ruolo svolto nella vicenda da ciascuna delle tre banche, nonchè dai veri protagonisti-ombra di questa inchiesta: ovvero Gian Marco e Massimo Moratti, i due fratelli che fino alla quotazione controllavano il cento per cento di Saras, e che grazie a quell’operazione di maquillage incassarono al momento del collocamento del 30 per cento del pacchetto la mastodontica cifra di due miliardi di euro. Se il prezzo fosse stato fissato in base alle reali condizioni del gruppo, i Moratti - secondo l’inchiesta - avrebbero incassato almeno 600 milioni in meno.
Che i Moratti siano stati i principali beneficiari dell’operazione è pacifico. Ma che possano ritrovarsi anche loro tra gli inquisiti è, allo stato degli atti, improbabile. Se non emergeranno elementi nuovi, la Procura sarà costretta a fermarsi a quanto emerge dalle centinaia di email intercettate tra gli uomini delle banche, che costituiscono l’ossatura dell’inchiesta. Da nessuna di queste email - molte delle quali assai esplicite - emerge traccia di input da parte degli azionisti di riferimento. E d’altronde le banche avevano un loro movente per truccare i conti, visto che l’innalzamento del prezzo fino a sei euro per azione portò nelle loro casse, grazie al meccanismo delle fees, delle percentuali, un gruzzolo aggiuntivo che la Procura ha quantificato in circa 42 milioni. Ma questo non significa che le banche siano le uniche a rischiare di andarci di mezzo. Se i due Moratti possono sperare di evitare l’incriminazione, non è affatto detto che la stessa cosa valga per la loro azienda. La legge 231, quella sulla responsabilità penale delle persone giuridiche, indica criteri abbastanza precisi per portare un’azienda sul banco degli imputati. Ed è in base a questi criteri - assicura chi ha potuto leggere alcune carte dell’inchiesta - che i Moratti rischiano di vedere incriminata anche la loro Saras.

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