Via Sarpi, condanne per la rivolta: nove mesi a consigliere comunale

Di Martino accusato di resistenza e oltraggio a un vigile Sentenza anche per altri 37 imputati, tutti di origine cinese. L'ironia dell'avvocato: "Insultare un ghisa? Costa cinquanta euro"

«Ero in via Paolo Sarpi a fare da paciere», ha sempre sostenuto Stefano Di Martino, consigliere comunale del Pdl nonchè vicepresidente dell’assemblea di Palazzo Marino. Ma il giudice non gli crede. E ieri mattina sulla testa dell’esponente della maggioranza si abbatte una condanna decisamente imbarazzante. Nove mesi di carcere per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Pena sospesa, nessun rischio di finire in carcere. Ma resta il fatto che per la giustizia Di Martino, con buona pace del suo ruolo istituzionale, quel 12 aprile 2007 si mise alla testa della rivolta dei commercianti di Chinatown, due ore di violenza scriteriata contro i vigili urbani colpevoli di avere effettuato dei controlli nella via.
La rivolta di Chinatown fu un fatto senza precedenti (e, fortunatamente, per ora senza epigoni): per la prima volta una etnia immigrata si ribellava quasi in blocco alle forze dell’ordine e andava senza timori allo scontro frontale. Fattore detonante fu la richiesta rivolta da due vigilesse ad alcune ragazze cinesi di mostrare i documenti: ma l’esplosione arrivò dopo mesi e mesi di polemiche e di tensioni striscianti, di contrapposizioni frontali tra la comunità cinese e i residenti italiani. La scelta del Comune di dettare regole più severe per il commercio e la circolazione intorno a via Paolo Sarpi non era mai stata digerita dai grossisti cinesi. La comunità, insomma, si sentiva assediata e ingiustamente perseguitata.
Bastò una scintilla, in questo contesto, a scatenare il finimondo. Le pattuglie della polizia locale vennero circondate, aggredite e costrette a battere in ritirata, le loro auto ribaltate e danneggiate. Furono necessarie due ore perché la situazione ritornasse alla calma. Nelle immagini degli scontri, immortalate sia dalle troupe televisive sia dagli apparati fissi di sicurezza, restarono incise le facce di decine di partecipanti alla battaglia: tutti a viso scoperto, tutti perfettamente riconoscibili. Uno solo non aveva gli occhi a mandorla: lui, Di Martino. Le immagini documentavano in modo abbastanza netto anche il suo intervento per impedire a un «ghisa» di bloccare uno dei cinesi autore delle violenze. E il nome di Di Martino figurava anche nei rapporti stesi dalla vigilanza urbana al termine della giornataccia. Tra questi, quello di un graduato che riferiva di essersi beccato del «pirla» dal consigliere comunale.
Insieme a Di Martino sono stati processati e condannati altri 37 imputati, tutti di origine cinese: per loro, pene comprese tra i 5 mesi e un anno e 9 mesi di reclusione. Tutti gli imputati in solido tra di loro vengono condannati a risarcire subito settantacinquemila euro alle parti civili, cioè al Comune di Milano: e anche Di Martino dovrà contribuire alla colletta. Tutti a suo carico, invece, i cinquanta euro di ammenda per l’insulto rivolto al vigile urbano.
«Questa sentenza riconosce che dare del pirla a un agente della polizia locale costa solo cinquanta euro», è il commento sarcastico del difensore di Di Martino,l’avvocato Marco Rezzonico.

Immagine strip mobile Immagine strip desktop e tablet

Commenti