Saviano «blinda» Sarzana e parla come un morto

NERO Lo scrittore ospite della kermesse parla un’ora citando il suo «esercito di alleati». Tutti defunti

Saviano «blinda» Sarzana e parla come un morto

da Sarzana

È la prima apparizione in pubblico dopo il gran ripudio, quando sul Times ha scritto «odio Gomorra». Due milioni di copie vendute, traduzioni in quaranta lingue, successo planetario, fama e onori non valgono a risarcire la libertà perduta, la vita sotto scorta, il sogno di una pizza la sera con gli amici, una casa e una vita normale. Roberto Saviano appare al Festival della Mente di Sarzana vestito tutto di nero. La sicurezza è ai massimi livelli, gli spalti della Fortezza Firmafede brulicano di carabinieri, in platea gli uomini della sicurezza si mischiano tra il pubblico e l’impressione ogni volta, ma questa volta ancora più delle altre, è di vedere un morto che cammina. Lo scrittore minacciato dalla camorra parla della forza della parola e della letteratura. «Nonostante tutto non sono riusciti a fermare le mie parole» esordisce. Perché faccio tanta paura alla camorra, si chiede? Non sono impauriti da me ma da chi mi legge, è la risposta. E perché? Perché è la forza della letteratura, è la forza della parola. Poi attacca con una lunga serie di citazioni. Da solo sul palcoscenico, gli uomini della scorta a proteggerlo ai quattro lati, in piedi, occhiali scuri e pistola che si intravede sotto il giubbotto. Lui è in piedi davanti a un leggio, il pubblico lo accoglie con una standing ovation, poi scende il silenzio. Lui parla per un’ora, e cita un suo parterre di amici e alleati. «Citare mi aiuta perché mi fa sentire al centro di un esercito di alleati» e mi fa capire quanto può essere potente la letteratura. Cita personaggi che hanno usato la parola contro la dittatura. Cita scrittori, giornalisti, fotoreporter, magistrati che tramite la forza della parola, della letteratura, delle immagini hanno rotto un muro di omertà, di silenzio e sono arrivati al cuore della gente. Cita personaggi che hanno suscitato emozioni. Cita e alla fine ti accorgi che tutti gli alleati immaginari, l’esercito avvocato è formato da morti. Sono tutti morti, gli dei del Pantheon di Saviano. Anna Politkovskaja, uccisa. Christian Poveda, fotoreporter francese, ucciso. Don Peppe Diana, ucciso. Cita Miriam Makeba, morta mentre cantava in un concerto a Castel Volturno. C’erano trenta persone, perché la camorra aveva vietato, aveva censurato. Ma le parole sono andate oltre. E il cantante Victor Jara, ucciso dai militari di Pinochet. Morte, morte, morte. Non c’è mai una pallottola senza denigrazione, dice Saviano. E continua nella sua scia di morti.
Giovanni Falcone, ucciso. E quando parla di Falcone racconta l’episodio della borsa di esplosivo trovata sulla scogliera dell’Addaura, nella casa di vacanza del magistrato e la calunnia che l’accompagnò. Se l’è messa da solo, dissero. La sorella e gli amici volevano che Falcone rispondesse, che scrivesse ai giornali, che protestasse. Lui rispose di no. «La calunnia si distrugge da sola. Poi la mafia mi aiuterà, perché uccidendomi dimostrerà che quello che dico è vero». La calunnia serve a delegittimare la parola. Ma non ce la fa. Morto ammazzato Falcone, la verità ha trionfato.
Una dichiarazione che impressiona il pubblico e qualcuno mormora: sta parlando di se stesso?