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Nature avverte sui rischi dell’AI per il cervello. E intanto non possiamo neppure giocare

L’anno scorso uscì un discusso studio del MIT sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulle capacità cognitive di chi la usa per scrivere. Adesso la prestigiosa Nature, oltre a tornare su quello studio, passa in rassegna altre ricerche analoghe

Nature avverte sui rischi dell’AI per il cervello. E intanto non possiamo neppure giocare

L’anno scorso uscì un discusso studio del MIT sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulle capacità cognitive di chi la usa per scrivere. In sintesi, i partecipanti che si affidavano a ChatGPT per comporre un testo mostravano un minore coinvolgimento cerebrale e ricordavano peggio perfino ciò che avevano appena consegnato (per forza, non l’avevano scritto davvero loro, il cervello si accomoda). Va precisato che si trattava di un preprint, condotto su 54 partecipanti e successivamente criticato per il campione ridotto e per alcuni aspetti dell’analisi dei dati EEG, quindi non dimostrava che ChatGPT rendesse stupidi in modo permanente, piuttosto indicava i possibili costi cognitivi della delega.

Adesso la prestigiosa Nature, oltre a tornare su quello studio, passa in rassegna altre ricerche analoghe, non più limitate alla scrittura e agli studenti. Riprende uno studio pubblicato nel 2025 su The Lancet Gastroenterology & Hepatology, che ha osservato medici impegnati nelle colonscopie: dopo l’introduzione abituale di un sistema di IA per individuare i polipi, la loro capacità di riconoscerli senza assistenza è diminuita. Interessante: non riguarda studenti pigri o persone che si fanno scrivere un tema, bensì professionisti già formati che possono perdere parte dell’abilità esercitata.

Un altro lavoro è un preprint del 2026, How AI Impacts Skill Formation, dedicato ai programmatori alle prese con una libreria software sconosciuta. Negli esperimenti randomizzati, chi si affidava maggiormente all’IA mostrava una comprensione concettuale peggiore e minori capacità di leggere e correggere il codice, senza ottenere mediamente neppure vantaggi significativi in termini di velocità. L’elemento decisivo è che non tutti gli usi dell’IA producevano lo stesso effetto: chi la utilizzava restando cognitivamente coinvolto conservava meglio l’apprendimento, mentre chi delegava l’intero compito otteneva magari il risultato senza acquisire la competenza necessaria per controllarlo. In sostanza, usare l’IA come strumento può preservare la competenza, delegarle completamente il lavoro rischia di impedirne la formazione. Alla lunga, tuttavia, temo che si finirà per delegare sempre di più, anche perché il nuovo core business sta diventando quello degli agenti, l’uomo che delega all’IA, che delega a altre IA, che agiscono al posto suo.

C’è anche la moda di affidare i propri risparmi all’IA. Come ha osservato Mr. RIP, ingegnere informatico, già software engineer di Google e divulgatore molto seguito su YouTube, uno che sulle cose ragiona bene: “Se affido il mio denaro a un broker e quello me lo fa perdere tutto posso sempre andare lì, dargli una testata e denunciarlo. Se la stessa cosa me la fa un chatbot, tipo ChatGPT, che faccio? Causa a OpenAI? Mmm”.

Aggiungerei anche un fatto: gli informatici non sono salvi, anzi. Anthropic ha dichiarato che i codici degli ultimi modelli sono stati scritti per l’80% da Claude, “when AI builds itself”. Talmente si scrive da sola i propri codici che nel medesimo documento pubblicano la dichiarazione di uno sviluppatore di Anthropic: “Nei giorni in cui tutto funziona, penso che ciò che faccio non serva più a nulla, perché tutto è automatizzato, meglio e più velocemente di quanto saprò mai fare io. Poi arrivano i giorni in cui tutto si rompe, non capisco il motivo e mi accorgo di non sapere più che cosa abbia fatto”.

Infine, un altro piccolo problema sempre collegato all’IA: le console per videogiochi rischiano di diventare prodotti di lusso. Il Financial Times ha ricostruito gli effetti della corsa ai data center su Nintendo e Sony: la domanda di memorie per l’IA sta sottraendo capacità produttiva ai dispositivi destinati ai consumatori e facendo salire il prezzo di DRAM e NAND, componenti essenziali anche per le console. Secondo Reuters, i prezzi dei chip di memoria sono raddoppiati nel primo trimestre rispetto al trimestre precedente e potrebbero aumentare ancora, mentre Nintendo prevede circa cento miliardi di yen di costi aggiuntivi dovuti alle memorie e ai dazi. In pratica i produttori stanno privilegiando i componenti più redditizi destinati ai data center, lasciando meno capacità disponibile per console, computer e smartphone.

In sintesi: l’IA rende più stupide molte persone (soprattutto quelle che lo erano già prima), ogni giorno c’è qualcuno

che ti dice che verrai sostituito dall’IA e che devi reinventarti (in cosa? In un procione?), e uno a cosa si può attaccare? Alla console e mettersi a giocare? Neppure a quella, anche i videogiochi se li sta mangiando l’IA.

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