Se il Manifesto anti nucleare nasconde gli eco furbetti

I lettori di questo «Giornale» ben conoscono le stravaganze, tutte impunite, della informazione (si fa per dire) diffusa con tutti i mezzi di comunicazione possibili dal mondo della sinistra. Il massimo portavoce nel settore carta stampata è, a mio parere, «Repubblica». Sentite questa, tratta da un settore di cui mastico qualcosa, quello dell'energia, così titolata: «Manifesto degli imprenditori: Nucleare, il governo ci ripensi». L'autore del pezzo, tale Cianciullo - che sarebbe l'esperto di questioni energetico-ambientali del quotidiano romano ma che, garantisco, ha più volte dato prova di capirne, su quelle questioni, quanto il sottoscritto di filologia bizantina - informa gli ignari lettori dell'appello, sottoscritto da qualche centinaio di imprenditori, contro il proposito del governo di riavviare il nucleare; proposito che, secondo costoro, sottrarrebbe risorse preziose al settore delle nuove energie (sole e vento) che sarebbero, sempre secondo costoro, il vero benessere. Benessere di chi lo vedremo fra poco.
A promuovere l'appello è una organizzazione che si chiama Kyoto Club e che si autodefinisce, con impareggiabile faccia tosta, no-profit. In realtà è una associazione di imprese con nomi inequivocabili, tutto un sole di qua e un eolo di là, che hanno invece il ben preciso scopo di fare moltissimo profit, sbolognando prodotti che hanno valore nullo ma un prezzo miliardario. Miliardi prelevati direttamente dalle nostre tasche con meccanismi che si chiamano ora «certificati verdi», ora «conto energia» grazie alle decisioni politiche prese quando i rosso-verdi stavano al governo.
Tanto per fare un esempio: aderisce al Kyoto-club la Sorgenia, componente del gruppo Cir («Compagnie industriali riunite»), controllata dal Gruppo De Benedetti, la holding di famiglia dell'editore di «Repubblica». Sulla cui indipendenza credo che Muzio Scevola non metterebbe la mano neanche nell'acqua. Peccato che i lettori di «Repubblica» non ci leggano.
Nel lamentare le ingenti risorse che il nucleare distrarrebbe, questi del Kyoto club dicono che «una centrale nucleare costerebbe ben 5 miliardi, e altri 5 quando, alla fine della sua vita, bisognerà smantellarla» e segnalano il «rapporto del Massachusetts Institute of Technology che ha valutato 8.4 centesimi di dollaro il costo del kWh elettrico da nucleare». Il povero Cianciullo che ha riportato la notizia, però, non ha pensato di verificare da sé, con un minimo d'aritmetica, la consistenza delle lamentele del suo padrone e degli altri associati del Kyoto club. Infatti, un reattore nucleare, del tipo di quelli che il governo vorrebbe installare, produrrebbe nell'arco della sua vita certificata (60 anni) 1000 miliardi di kWh elettrici, che a 10 centesimi l'uno fanno 100 miliardi di euro. Ora, io mi intendo di economia come Cianciullo di energia, ma un ricavato di 100 miliardi a fronte di una spesa di 5 (o anche di 10 se si tiene conto dello smantellamento a fine vita), mi sembra una operazione degna del massimo rispetto. Non a caso i francesi, sebbene abbiano 59 reattori, ne stanno costruendo un altro; e non a caso 19 sono i reattori attualmente in costruzione nel continente europeo, ove il nucleare è già ora la prima fonte d'energia elettrica. Inoltre, se il kWh elettronucleare costa 8.4 centesimi di dollaro e tanto fa arrabbiare quelli del Kyoto club, con che faccia costoro pretendono 48 centesimi di euro per il kWh fotovoltaico? Perché tanto è quel di cui sono essi beneficati, grazie alla legge-truffa del «Conto energia», voluta dal governo del 2007 e, purtroppo, non ancora cancellata da questo governo.
Questa legge è, di fatto, un prelievo forzoso (cioè un furto legalizzato) sulle nostre bollette elettriche, a favore di quelli del Kyoto club. Il loro «Manifesto», presentato da Cianciullo nel quotidiano del gruppo De Benedetti come il frutto di una battaglia di civiltà e di progresso (compatisco i lettori di quel quotidiano), è invece una operazione di lobbying orchestrata da poche imprese che prosperano grazie a sostanziose sovvenzioni poste - queste davvero - a carico dei consumatori. Imprese che chiedono al governo «un nuovo quadro normativo che sostenga adeguatamente la green economy». Chiedono dunque un aumento delle sovvenzioni di cui già godono, in nome di una green economy non è né green né economy, come più volte abbiamo spiegato. (Per dire: per un impianto fotovoltaico che produca la stessa energia del reattore nucleare di cui sopra, servono 60 miliardi).
Ma v'è, sopra tutte, una grave responsabilità morale sulle spalle di queste aziende: il Kyoto club dichiara che la propria missione è ispirata dalla volontà di mitigare gli eventi climatici disastrosi. Allora, è su queste aziende che pesa, a mio parere, la responsabilità morale dei disastri per le alluvioni che hanno recentemente colpito il Veneto e la Campania: per prevenire quei disastri si sarebbero dovuti spendere miliardi per vasche di espansione e sistemi di dighe, non per foraggiare la più inutile e fraudolenta tecnologia che ingegno umano abbia mai partorito. Che è la tecnologia fotovoltaica per produrre energia elettrica.