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Serialità

“Kiritsis? Un genio che ha sbagliato”

Nella serie tv “American Hostage” l’attore Giovanni Ribisi è un folle sequestratore americano degli anni ‘70

da Los Angeles

«Tony Kiritsis era un genio, ma non giustifico le sue azioni». A parlare è Giovanni Ribisi, 51 anni, una carriera con film come Avatar, Cold Mountain, Nemico Pubblico. Nome e cognome rivelano le chiare origini italiane. Il nonno paterno era palermitano. «Trent’anni fa lo parlavo, l’italiano, l’ho studiato dice, proprio in italiano ora me lo sono scordato». In italiano ha anche recitato nel film Heaven di Tom Tykwer, era il 2002.

Oggi è protagonista di American Hostage, otto episodi su MGM+, che raccontano il caso di Tony Kiritsis e che derivano da un podcast dallo stesso titolo, uscito nel 2022 con Jon Hamm (Mad Men) a dare voce al cronista Fred Heckman, co-protagonista di una storia che incollò davanti alla radio e alla televisione milioni di americani.

8 febbraio 1977, Indianapolis. Kiritsis prende in ostaggio il broker Richard Dick Hall con un fucile legato al collo e collegato al grilletto con un filo di ferro. Se gli avessero sparato, Hall sarebbe morto. Lo sequestra per 63 ore e parla in diretta alla radio con Fred Heckman, interpretato anche nella serie da Jon Hamm. Chiede cinque milioni di dollari, l’immunità per il rapimento e, soprattutto, le scuse personali del titolare della finanziaria che sostiene - lo aveva truffato allo scopo di impossessarsi dell’ipoteca accesa su un prestito. Viene arrestato e processato, dichiarato non colpevole per infermità mentale. Uscirà dall’ospedale psichiatrico una decina di anni dopo. Lo scorso anno, Gus Van Sant ha raccontato la stessa storia in Dead Man’s Wire, con Bill Skarsgård.

Mr Ribisi, lei interpreta un uomo sconfitto ma anche minaccioso. Come si è avvicinato al personaggio?

«Tony era una persona complicata e una specie di genio. Di lui ci sono molte registrazioni: ore di telefonate al 911, una famosa conferenza stampa. Dai suoi modi di parlare ho ricavato un’interpretazione che per me è diventata empatica. Ho visto un uomo con una posizione morale molto forte, sul modo di vivere e di trattare le persone, soprattutto negli affari. Ripeteva: Non ho mai detto una bugia in vita mia. Si sentiva inascoltato. Credo sia stato vittima di un attacco di panico prolungato e sia scivolato in una logica per cui quella del sequestro era l’unica strada per far sentire la sua voce. Lo approvo? No, ma era un uomo brillante, con un piano. Voleva portare la sua verità al mondo. Ci riuscì».

Il pubblico si schierò con lui.

«Fuori dal suo appartamento, dove teneva in ostaggio Dick Hall, c’erano adesivi e magliette con scritto I love Tony».

Nel dicembre 2024 Luigi Mangione è stato arrestato per l’uccisione dell’amministratore delegato di una compagnia di assicurazione sanitaria. Parte dell’opinione pubblica americana si è schierata dalla sua parte. Trova somiglianze?

«Ne abbiamo parlato, perché il fatto è successo proprio mentre giravamo. Credo però sia molto diverso. Sono due persone diverse. Tony era socievole, estremamente carismatico. Senza entrare in politica, il suo sogno era il barbecue in giardino con tutti gli amici, voleva aprire un ristorante, per questo aveva chiesto il prestito. Anche alla conferenza stampa, con le telecamere accese, molti poliziotti presenti si mostrarono suoi amici. Non credo che abbia mai avuto intenzione di uccidere Dick Hall. Senza ammazzare nessuno, ha ottenuto quello che voleva. È un caso molto diverso da quello di Mangione, che è stata una tragedia orribile».

Ha visto il film di Van Sant?

«Sono un grande fan di Gus Van Sant ma non ho voluto farmi influenzare. Noi abbiamo raccontato la storia attraverso lo sguardo di Fred Heckman, il personaggio di Jon Hamm. Per mantenere il mio Dna creativo era importante astenermi da altri riferimenti».

Quanto ha inventato di Kiritsis?

«Tutto. A un certo punto devi staccarti dalla realtà e guardare la sceneggiatura. Non stai facendo un documentario. Certo, mi sono ispirato a lui che per me era, in tanti modi, un genio. Aveva una mente a cui posso solo aspirare. Ma alla fine era Giovanni Ribisi che interpretava un ruolo».

Nella serie il suo personaggio e quello di Jon Hamm comunicano quasi sempre al telefono. È stato più facile o più difficile non avere un partner di fronte?

«Non avevo mai lavorato né visto lavorare così. L’appartamento di Tony era costruito su un lato del set e la stazione radio era accanto. Eravamo divisi da un piccolo corridoio, con un telefono a circuito chiuso. Io non vedevo Jon e lui non vedeva me. C’erano quattro telecamere in tutto e giravamo in diretta, come a teatro, scene da undici pagine. All’inizio ero scettico. Poi ci siamo innamorati del metodo. Stavamo facendo teatro».