I punti chiave
Si parla sempre dei Neet, cioè i giovani che non studiano e non lavorano. Ma in Italia c'è anche un esercito di ragazzi che non fa notizia ma che si dà da fare con tenacia. Li chiamano gli Eet (employed educated and trained): studiano, lavorano, avviano start up e creano anche posti di lavoro per altri. Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale all'università Cattolica, sintetizza molto bene quello che sono i ragazzi ora: «Non applicano la teoria che imparano, ma continuano a imparare e hanno bisogno di mettersi alla prova»
Sono l'opposto dei Neet. Sono quelli che non si vedono perché non fanno scena, non fanno notizia, non danno preoccupazioni. Stanno tra il "non c'è lavoro" ripetuto come una mantra e la retorica del "basta volerlo" usata come una frusta. Sono quelli che non solo lavorano, studiano, si impegnano nel volontariato, ma che il lavoro se lo sono inventato. E ce la fanno. Uno studio realizzato da Censis e Confcooperative li ha ribattezzati, Eet, ovvero employed educated and trained, occupati istruiti e formati, e li ha anche contati.
IL CIRCOLO VIRTUOSO
Si tratta di 144mila ragazzi tra 15 e 29 anni che aprono un'attività e provano a stare sul mercato, spesso (e volentieri) negli ambiti più innovativi e tecnologici e spesso (e volentieri) dando lavoro anche ad altri. Con una sigla da extraterrestri, gli Eet hanno i piedi ben saldi a terra. Quanto, lo dicono i numeri. Tra il 2017 e il 2024 sono triplicate (+228,7%) le imprese giovanili che si occupano di pubblicità e ricerche di mercato, e sono aumentate del 206,4% quelle che offrono servizi di direzione aziendale e consulenze gestionale. Incrementi altrettanto rilevanti sono registrati nella produzione cinematografica, televisiva e musicale (+65,9%), nella produzione di software e consulenza informatica (+52,4%), persino nei servizi di postali e di corriere (44%), nelle attività di leasing operativo e di noleggio (+35,5%). Tutti settori, come viene sottolineato da Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative, che "negli anni di crisi profonda e di stasi preoccupanti" dimostra "la salda vitalità tipica dei giovani che non hanno smesso di puntare su se stessi, delineando i contorni di un'occupazione di nuovo conio".
ECONOMIA DELLE COMPETENZE
La novità è quella che viene definita una nuova "economia delle competenze con una crescente domanda di capitale umano altamente qualificato". Non si tratta di gonfiare l'epica del chi ce la fa, che in Italia diventa subito moralismo, a mo' di ricatto. Il punto è invertire una narrazione sempre uguale a se stessa che chiude i giovani in un eterno - negativo - cliché tra Neet, disimpegno, disillusione e fuga all'estero (550mila i giovani tra i 18 e 34 anni "spariti" dall'Italia tra il 2011 e il 2023, il 6%). Invece.
C'È SPERANZA
Per guardarla sempre attraverso la lente dei numeri della ricerca se quello dei Neet, l'acronimo inglese per i giovani tra i 15 e i 29 anni senza scuola e senza lavoro, è un dato negativo che colloca ancora purtroppo l'Italia tra i paesi peggiori in Europa, però rispetto al 2019 è sceso di oltre il 28% (a 1,4 milioni). Dopo anni di stagnazione gli occupati under 30 sono tornati a superare i 3 milioni con un aumento di 206mila rispetto al periodo pre-pandemico (il 7,3% in più). Numeri che non autorizzano trionfalismi, ma smontano l'idea di una generazione totalmente ferma. Lo sostiene Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale all'università Cattolica e coordinatore scientifico del Rapporto Giovani dell'Istituto Toniolo. "Il problema non è che i giovani non vogliano lavorare.
Anzi, il desiderio delle nuove generazioni è quello di contare, di fare la differenza, di incidere. Sentono che questo è il loro tempo", dice. La differenza tra chi si attiva e chi si blocca sta nel riuscire a entrare o meno in quello che lui definisce il circuito virtuoso dell'"imparare e fare". Rosina usa un'immagine che vale più di cento convegni: "Non sono generazioni che tu gli dici la teoria e loro la applicano. Hanno bisogno di un riscontro continuo, di mettersi alla prova, di fare, tornare a imparare e poi fare ancora meglio. È un circuito virtuoso che rafforza la fiducia in sé e la motivazione". In questo contesto cresce anche l'imprenditoria giovanile.
Ed è qui che gli Eet diventano più di una sigla. Perché "imparare e fare" oggi non significa soltanto alternare aula e ufficio. Significa regolare la propria formazione alla realtà che cambia rapidamente. "Oggi - continua Rosina - non possiamo pensare che un giovane quando entra nel mondo del lavoro entri per sostituire un anziano che va in pensione. Sempre più spesso deve creare lavoro. Essere imprenditori vuol dire partire dalla propria idea e trasformarla in prodotti e servizi che allargano il mercato. Ed è lì che i giovani possono dare un contributo decisivo".
L'intraprendenza non è solo vocazione. È anche risposta alle difficoltà del lavoro dipendente che fa fatica a valorizzare il capitale umano giovane con modelli organizzativi percepiti come "superati". Rosina lo dice con chiarezza. Con un rischio, in agguato.
"Se non li sosteniamo creando ecosistemi favorevoli, l'impresa non cresce. Servono fiducia, credito e supporto, perché oggi le imprese richiedono competenze amministrative, burocratiche e gestionali", mette in guardia Rosina. Oltre che modelli più "umani" perché per loro "il lavoro è parte integrante della vita, dove deve essere bilanciato il guadagno con lo stare bene e la crescita personale". Dentro questa cornice, i 144mila extraterrestri Eet che fanno impresa sono un segnale.
Non la soluzione, non il miracolo, non la "meglio gioventù" da celebrare. Un segnale però sì: un pezzo di generazione ha già capito che la propria occupabilità non è un posto da ottenere, ma una competenza da esercitare. Ecco perché "quei bravi ragazzi" non vanno raccontati (solo) come esempio edificante. Vanno raccontati come una infrastruttura: la parte giovane che non si lascia ridurre a categoria sociologica.
Quella che tiene il filo tra competenza e realtà, tra studio e mestiere, tra idea e mercato. Quella che, nel lessico di Rosina, continua a muoversi nel circuito che salva dalla demotivazione: imparare, fare, imparare meglio, fare meglio.