I conduttori televisivi credono di avere una trasmissione per decreto divino. Poi un giorno si svegliano, e si accorgono che dio, in realtà, era un più modesto direttore di Rete. È il momento di consapevolezza toccato in questi giorni a Stefano Massini, Gianrico Carofiglio e Stefano Bollani, sacerdoti della Cultura con la maiuscola che hanno reagito come davanti a un sacrilegio alla eventualità (di questo si tratta) che il proprio programma non sia rinnovato. Massini annuncia che "Riserva indiana chiude. Anzi no, per l'esattezza viene chiusa", con quella correzione che è già un piccolo capolavoro di vittimismo grammaticale. Il pezzo forte arriva in fondo al post, quando il drammaturgo consegna ai posteri la sua massima: "La politica decide tutto, in televisione". Verissimo e chissà cosa Massini ha visto nel mondo dei teatri, dove ottimi dirigenti sono scaricati per far largo agli amici degli amici. Come denuncia, quella di Massini non è granché: chiudere Riserva indiana (Raitre) è una decisione politica tanto quanto quella di aprirla. Sempre di potere si parla. Carofiglio, da ex magistrato, dovrebbe sapere meglio di chiunque che una concessione non è un diritto acquisito. Eppure anche per Dilemmi, format di impegno civile, vale la stessa liturgia dell'innocenza tradita. Come se la seconda serata domenicale di Raitre fosse un dono del cielo e non una casella in un foglio Excel. Il caso più gustoso resta Bollani, perché qui la versione del martirio si sgonfia da sola. Bollani dice di non sapere nulla e parla di "meccanismi imperscrutabili". Viale Mazzini replica di aver proposto addirittura una promozione in prima serata su Raitre, e di considerare "sorprendente" il rifiuto. Tradotto: la vestale ha declinato l'altare più grande, e poi ha denunciato di essere stata cacciata dal tempio. Resta l'equivoco originario, quello per cui tre signori che pagano il canone (come tutti) si sentono proprietari del servizio pubblico. L'equivoco ha radici lontane. È la vera ragione sociale del servizio pubblico. Le nomine seguono le ferree regole della lottizzazione. Più o meno da sempre, con il timbro ufficiale apposto quando Raitre, presto ribattezzata Telekabul, andò al Partito comunista. Le cose vanno così, che piaccia o no.
L'unica cosa strana è lo stupore delle sedicenti "vittime" (sempre che la lamentela preventiva non faccia parte della trattativa). Il bello è che la parola d'ordine la conoscono a memoria: egemonia culturale. L'hanno coltivata per decenni come un orto di famiglia, citando Gramsci a ogni cena. Adesso che la subiscono diventa un sopruso.