Settant’anni di età, quarantatré anni di lavoro, tredici mesi di fila in onda tutti i giorni, quattro o cinque milioni di spettatori a ogni giro di ruota. Chi può vantare certi record se non Gerry Scotti, l’uomo fatto tv, il commensale che ogni sera siede a tavola con gli italiani, il centrocampista che ha diretto il gioco per decenni e che ora si prende pure il piacere di fare il bomber. A pochi giorni dai festeggiamenti (è nato il 7 agosto 1956 a Camporinaldo, provincia di Pavia, sul tavolo della casa di campagna dei genitori), Virginio Scotti traccia un bilancio della vita. Venerdì, giorno del compleanno, andrà in onda una puntata speciale della Ruota della Fortuna dedicata alla sua storia e carriera: a sfidarsi saranno tre campioni di memorabili quiz condotti dallo showman.
Prima di tutto, Gerry, questo è il suo momento lavorativo più felice?
«Non posso negarlo. È come una seconda giovinezza. La Ruota della Fortuna ha avuto un successo strepitoso, oltre ogni aspettativa».
Per cui il programma resterà in onda tutta l’estate su Canale 5, senza nemmeno un giorno di pausa.
«Sì. Non intendo restituire alla concorrenza Rai il vantaggio che ci siamo guadagnati la scorsa estate. E comunque non è così male rimanere in studio ad ammirare Samira Lui...».
Un pubblico enorme, ma anche un pubblico che chiede che i programmi di prima serata tornino a iniziare alle 21,30.
«Voglio che si sappia che non è una nostra scelta, mia e di Stefano De Martino, finire i quiz alle 22. Ha ragione Pier Silvio Berlusconi a sostenere che il primo passo lo deve fare la tv pubblica, noi li seguiremo».
Ma un po’ di vacanze riesce a prenderle?
«Certo, finito di registrare le puntate, sono libero e mi godo i tre nipotini, figli di mio figlio Edoardo».
Che le regalano il momento più felice... della vita.
«Direi proprio di sì. Tutti i giorni alle 16 vado a prendere all’asilo la più grande, Virginia, che ha 5 anni. Poi c’è Pietro, 3 anni, un sognatore. E infine Olivia, appena arrivata, otto mesi».
Dopo così tanti anni non sente la stanchezza da video?
«No, per nulla. Mi diverto sempre, sono circondato da amici e poi i dirigenti di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi in testa, mi fanno i ponti d’oro. Lo so, sono pedante e puntiglioso, ma mi sopportano. Finché sto bene non vedo perché non dovrei continuare».
Da giovane come vedeva i settantenni?
«Io sono cresciuto in campagna e, da ragazzo, nella periferia milanese. Quando ero piccolo vedevo le persone di 55/60 anni, segnate dalla guerra e dal duro lavoro, già vecchie. Allora pensavo chissà se io ci arriverò a 70 anni... Invece eccomi qui».
E in grande forma.
«Mi ha aiutato la piacevolezza della mia professione, prima la radio e poi la tv. E anche il metodo e la disciplina: vado a letto presto, non ho stravizi, sto attento alla dieta».
Cosa ha in meno oggi rispetto al passato?
«Intanto non posso più giocare a calcio e ho una protesi al ginocchio. Poi ricordiamoci il Covid: sono quasi entrato in rianimazione, non sapevo se ce l’avrei fatta: tutto il resto sono bazzecole, mi sento molto fortunato».
Teme i prossimi decenni?
«Cercherò di godermeli finché potrò. E di ricordarmi che quel ragazzo partito dalla radio ha realizzato cose al di là di ogni sua immaginazione. Mi consola anche il fatto che resterò per sempre per la gente il Gerry della tv».
A proposito chi le ha affibbiato quel soprannome?
«Gerry deriva dal soprannome dei compagni di scuola».
Da quale familiare ha ereditato il dna dell’uomo di spettacolo?
«Difficile a dirsi: un nonno era contadino, l’altro panettiere. L’unica traccia è in mio padre Mario che lavorava alla rotative del Corriere della Sera: in paese veniva ingaggiato per fare le serenate sotto le finestre delle ragazze perché aveva una bella voce, una volta sbagliò casa, si affacciò mia madre e la sua carriera di cantante finì lì perché si sposò».
L’errore più grande?
«Entrare in politica. Ero socialista come mio nonno, il panettiere. Nell’87 i giovani socialisti della Bocconi mi chiesero di candidarmi, avevano bisogno di una figura riconoscibile. Presi quasi diecimila voti. Quando i carabinieri si presentarono a casa con la lettera di elezione a deputato a mia madre prese un colpo, pensava avessi combinato qualche guaio».
Invece il guaio era alla Camera.
«Mi accorsi di essere solo un numero. Mi avevano promesso la presidenza della commissione sulla condizione giovanile, ma uno dei responsabili disse che un dj non poteva farlo. Ricevo ancora il vitalizio, ho cercato in tutti i modi di rifiutarlo, ma non è possibile, allora lo giro in beneficenza. Da allora, ho sempre fatto fatica a riconoscermi in qualche partito».
Per Berlusconi ha votato?
«Per lui sì, come segno di affetto e riconoscenza per tutto quello che ha fatto per me. Ma quando mi ha chiesto consiglio, gli ho risposto di non scendere in politica: il giorno dopo ha annunciato la candidatura».
Tornando alla carriera, di qualche programma si rammarica?
«Si prova, si sperimenta, a volte va bene, altre volte no. Mi rincresce, per esempio, per Io canto, un prodotto molto bello chiuso perché non raggiungeva abbastanza ascolti».
I momenti più divertenti?
«I primi anni a Radio Milano International. Eravamo giovani e pazzi, ci inventavamo scherzi folli: i proprietari avevano negli stessi locali anche una piccola televisione, Telemilano, famosa per i film porno in onda da mezzanotte in avanti. Noi nei momenti clou alzavamo al massimo il volume così le mogli scoprivano che i mariti guardavano i porno di nascosto».
Com’è arrivato in radio da figlio di operai e contadini?
«Il mio compagno di banco Massimo Villa (da sempre il suo ufficio stampa - ndr) mi passò un lavoro: mettere in ordine i dischi in una radio dell’hinterland milanese. Una mattina non si presentò il conduttore, allora il proprietario, che sapeva che ero al liceo classico, mi disse se te studiet te see bon de parlà e mi buttò in onda. Ho messo su il disco Wake Up Everybody e... sono 50 anni che gira».
