Alcune volte, a definire chi sei è quello che scegli altre, quello che non scegli. Il peso più gravoso di una valigia non è dovuto a ciò che ci metti dentro, quanto piuttosto a ciò che lasci fuori. Ecco perché preparare i bagagli ci mette tanto in difficoltà: una valigia non si riempie secondo la logica, ma secondo la psicologia. Il momento più difficile non è decidere cosa portare, ma cosa lasciare. Senza considerare che la camicia piegata non è solo una camicia piegata ma un bilancio dei mesi che ci siamo messi alle spalle, una nostalgia che ci è rimasta di traverso. Ogni oggetto escluso sembra una rinuncia. Quel maglione che potrebbe servire, il libro che magari avrò tempo di leggere. Lasciarli a casa significa accettare il rischio di rimpiangerli. Portarli con sé, offre l'illusione di essere pronti a ogni eventualità. La psicologia comportamentale conosce questa inclinazione. Daniel Kahneman e Amos Tversky, nel 1979, la chiamarono «avversione alla perdita»: soffriamo più per ciò a cui rinunciamo di quanto gioiamo per ciò che abbiamo. Anche una valigia ne è il riflesso. Non pesa solo ciò che contiene ma anche ciò che non abbiamo avuto il coraggio di escludere. Quando immaginiamo le vacanze, non pensiamo ai giorni che vivremo davvero, ma a tutti quelli che potrebbero accadere. Così il bagaglio si riempie di potenza che non sarà mai atto: libri che resteranno chiusi, vestiti che non indosseremo, ombrelli destinati a non aprirsi. Prepariamo la valigia per un viaggio immaginario, non per quello reale. Forse è inevitabile. Ogni partenza è un esercizio di previsione, e prevedere il futuro è qualcosa che gli esseri umani fanno con sorprendente scarsa precisione. Idealizziamo le vacanze, immaginiamo versioni di noi stessi più eleganti, più attive, più disciplinate di quelle che saremo davvero. Per questo la valigia perfetta non esiste. Esiste un compromesso tra il necessario e il possibile. E forse la vera arte del partire non consiste nel riuscire a portare tutto, ma nell'imparare a lasciare qualcosa indietro, accettando che ogni viaggio è fatto anche delle cose a cui scegliamo di rinunciare. A questo si aggiungono gli inganni della mente: il «pregiudizio di diversificazione» ci porta a credere che avremo bisogno di molte più alternative di quante ne utilizzeremo; e il «pregiudizio di proiezione» per il quale fatichiamo a immaginare che i nostri desideri cambieranno una volta arrivati.
Se facciamo la valigia in una giornata di pioggia, aumenterà la probabilità di portare un impermeabile. Le vacanze sono uno dei contesti in cui entra in gioco quella che gli studiosi Timothy Wilson e Daniel Gilbert hanno definito «previsione affettiva»: la tendenza a immaginare come ci sentiremo nel futuro. Ma quasi sempre sbagliamo. La valigia è fatta di approssimazione perché pensiamo alle vacanze come a una successione di tramonti, passeggiate e cene memorabili. Dimentichiamo le file in aeroporto, le intere giornate in costume, la stanchezza che renderà inutile metà del guardaroba. La nostra mente seleziona le immagini più suggestive e ci costruisce intorno una vacanza ideale. La valigia si riempie per quel viaggio immaginario. Per questo, una volta tornati, scopriamo di non aver indossato metà delle cose.
Ogni vestito inutilizzato racconta un futuro alternativo rimasto chiuso nella cerniera del trolley. Perché il peso più difficile da eliminare non è quello dei vestiti. È quello delle infinite vite che immaginiamo di vivere.
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