Il delirio woke finirà? Certo, nella società dei consumi tutto finisce. Solo non adesso. Ci vorrà una generazione o due, tanto sono radicate in profondità quelle idee. Che nel frattempo continueranno a fare danni enormi alla società e al benessere dei cittadini.
Oggi i vertici politici prendono le distanze avendo fiutato che agli elettori, quando inciampano in una Biancaneve-non-bianca o in un pugile XY che pesta una pugilessa XX, qualcosa non torna, a destra come a sinistra. Il senso comune è bipartisan.
Ma tra cavalcare politicamente stupori e sopraccigli alzati e rimuovere la radici profonde ce ne corre. Molte persone nelle conversazioni da apericena restano convintamente imbevuti di quelle fesserie che vengono da lontano nel tempo e da molto in alto nella piramide culturale. Il politically correct è sbocciato in questo secolo ma i semi venivano piantati negli anni ’60, allorché alcune prestigiose università americane iniziarono a contestare la civiltà occidentale per le nefandezze della sua storia. A parte che la storia va capita e non giudicata, ma erano nefandezze occidentali o solo umane, nel senso che ogni altro popolo le ha agite, ognuno secondo le sue occasioni e possibilità? Valgano come esempio il genocidio dei Tutsi per manu degli Hutu in Ruanda o l’Asia responsabile dell’81% delle bottiglie di plastica in mare.
No, l’umanità, ricca o povera, non si comporta sempre bene. Neanche sempre male, però. A vedere il bicchiere mezzo pieno, scopri che a fare bene più di tutti sono stati proprio gli occidentali, con la loro cultura popolare frutto del pensiero greco e giudaico-cristiano: il prototipo di democrazia nell’Atene di Pericle, la Repubblica romana che trae potere dal diritto e non dalla forza, Dio che si fa uomo, la donna che assurge a Madonna, l’Umanesimo e il pensiero scientifico, laico e illuminista. Tutte cose che hanno reso la vita sociale in occidente via via migliore che altrove per dignità e benessere.
Eppure, l’intellighenzia americana e poi inglese e oggi europea ha picconato l’orgoglio di essere bianchi, maschi ed etero, fino a cancellarne la cultura. Hanno scelto non di superare le discriminazioni ma di invertirle, al punto che oggi ogni minoranza è portatrice solo di diritti e la maggioranza solo di doveri e scuse. Perché?
Nei decenni in cui la politica legittimata democraticamente maturava le conquiste civili, gradualmente ma collettivamente così trasformandole in cultura popolare, il potere accademico pretendeva, come nella Repubblica di Platone, di calare dall’alto le idee giuste o presunte tali, senza aspettare che la coscienza popolare, il common sense, le elaborasse, che chissà se e quanto ci mette. Al diavolo la democrazia, la cultura quella giusta ha fretta. Non può aspettare e rischiare che un nano resti nano senza diventare mai diversamente alto.
Ricostruire quell’orgoglio va fatto lì dov’è stato abbattuto, nelle università, e richiede una generazione o due. A partire da quando cominci. E per cominciare devi prima volerlo. Dubbi, grossi dubbi.
