Bennato: "Vi dico perché in questa Italia è partita la caccia alle Streghe"

Intervista al cantautore napoletano, menestrello di un'Italia ricca di contraddizioni e paradossi: "Siamo schiavi di una lotta tra guelfi e ghibellini"

Bennato: "Vi dico perché in questa Italia è partita la caccia alle Streghe"

“Una di notte, c'è il coprifuoco / E pensare che all'inizio sembrava quasi un gioco / Ora non c'è più tempo per pensare / Tutti dentro, chiusi ad aspettare”. Sono i versi di una canzone che sembra essere stata scritta proprio per raccontare il periodo che stiamo vivendo. Una canzone che parla di coprifuoco, di attese, di “severe istruzioni” e di “un programma alla televisione per fronteggiare la situazione”. È una ballata dal titolo “Bravi ragazzi” e non è - questa la cosa più sorprendente - di oggi, ma del 1974. L’autore è Edoardo Bennato, il menestrello napoletano dal rock eversivo e crudo che ha raccontato le contraddizioni e i paradossi italiani e che oggi continua a fare musica, sempre la stessa di un tempo: coraggiosa, mai banale e provocatoria. L’ultimo album di una carriera infinita ne è la dimostrazione: “Non c’è”, un mix tra brani riarrangiati e inediti come “Maskerate”, dove la sue vibrazioni inconfondibili si mischiano all’attualità.

Bennato, ma lei già nel 1974 aveva previsto tutto?

“Non sono un veggente, anche se oggi fa impressione rileggere il testo di “Bravi ragazzi”.

Ma si sarebbe mai immaginato di vivere a distanza di anni una situazione del genere?

“No, non lo avrei mai immaginato. Devo dirle però che ciò che più mi impressiona è la complementarietà tra i miei brani della ‘prima ora’ e gli ultimi. La ritmica schizofrenica ‘bennatiana’ non è cambiata così come non sono cambiate le incoerenze che racconto. È la forza del rock”.

Una musica molto diversa da quella leggera a cui ormai siamo abituati?

“La musica leggera è rassicurante, serve a distrarsi, a divagare… il rock invece si nutre degli scompensi, dei problemi sociali, degli eterni paradossi di un’umanità in costante e progressivo subbuglio. Invita a riflettere, destabilizza, trasmettendo comunque positività”.

È la ritmica giusta per raccontare l’Italia del 2021?

“Certo, perché le disuguaglianze e le ingiustizie non sono scomparse, anzi si sono addirittura aggravate”.

Per colpa della pandemia?

“Il covid è un problema ovvio, che prima o poi sconfiggeremo. Ma le difficoltà e le insidie di oggi arrivano da lontano. Il risultato è un’Italia confusa, maltrattata, aberrante. È l’Italia della caccia alle streghe, della Santa Inquisizione…”.

Ma se non è colpa della pandemia, allora di chi è?

“Per esempio dei nostri politicanti per i quali non ho nessun rispetto. Grande rispetto invece verso il gommista, l’elettrauto, l’idraulico… quelli che davvero mandano avanti il nostro paese”.

Da dove deriva questa avversione verso i nostri politici?

“Da quello che osservo: la loro è una lotta spietata tra guelfi e ghibellini. Vivono nella retorica dell’Italia unita, ma non sanno neanche quale bandiera sventolare. Sono divisi e non hanno alcuna intenzione di risolvere i problemi”.

Prima, negli anni ’70, era diverso?

“Nel ’74 scrissi una canzone: ‘Uno buono’, nella quale sfottevo l’allora presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Nessuno si scandalizzò. Era concesso”.

C’era maggiore libertà?

“Si può rispondere da solo… anche se, bisogna ammetterlo, la censura è sempre esistita”.

Le disuguaglianze però sono solo un problema italiano?

“No. Veda, per capirle meglio bisogna prendere come parametro di riferimento la latitudine. Tutto dipende da quello. A Vancouver si vive benissimo, mentre Lagos è una polveriera pronta a esplodere”.

Perché secondo lei?

“Perché i rappresentanti, coloro che vengono votati, al nord sono poi costantemente controllati dai rappresentati, ma più si scende di latitudine e più questo non avviene. Io però da uomo del sud difendo il sud con convinzione, senza retorica. Cerco di analizzare il motivo per cui due figli della stessa razza - perché esiste un’unica razza, chiariamo - in Canada e in Nigeria debbano vivere in maniera così diversa”.

A Napoli come si vive?

“Napoli è la piattaforma da cui sono partito, è la città più bella del mondo. È schizofrenica come la mia musica. Nel ’92 pensai di dedicarle un film e un album intero, ‘Joe e suo nonno’, con Renzo Arbore, Lino Banfi e Peppe Lanzetta. È la regina delle contraddizioni”.

Contraddizioni, paradossi… lei rappresenta un mondo che sembra essere sull’orlo del fallimento. È un pessimista?

“No, anzi il rock è ottimismo. Lotta per un società più autentica, ma racconta anche la verità”.

E qual è la verità?

“Grazie agli smartphone oggi dovremmo essere tutti più acculturati e invece non è così. Ci manca un codice, un metodo che ci insegni a capire come interpretare la realtà. E la cosa assurda è che manca proprio lì dove dovrebbe esserci, nelle università dove si insegnano letteratura, scienze politiche, sociologia…”.

Quindi oggi secondo lei siamo tutti un po’ più ignoranti?

“Siamo solo apparentemente informati. Le faccio un esempio. Oggi si parla tanto di vaccino, ma in pochissimi sanno chi è Sabin, il virologo polacco che sviluppò il vaccino contro la poliomielite. È impressionante come siano pochissimi a conoscerlo, anche nell’élite più sensibile. Girando per le librerie è difficile persino trovare libri su di lui. Neanche Celentano sapeva chi era, quando glielo ho raccontato è rimasto sbalordito”.

Celentano, De Andrè. Le sue grandi amicizie…

“A Fabrizio De Andè piaceva particolarmente il fatto che non avessi un manager canonico, ma che fossi circondato da amici di infanzia del cortile Italsider di Bagnoli. Anche lui era costantemente in contrasto con i meccanismi perversi della ‘musica italiota’ ed era costretto per vocazione ad andare controcorrente. E sa, qual era sempre la sua raccomandazione?”.

Quale?

“Mi diceva sempre: Edoardo, mi raccomando, il giorno che avessi la percezione di non avere più niente da dire, sarà meglio stare zitto per non correre il rischio di inficiare anche tutto quanto realizzato in passato…”.

Ma per Bennato quel momento non è ancora arrivato…

“Io sono un drogato di palco. E poi, anche se è difficile ammetterlo, non posso fare a meno di nutrire una sorta di invidia - oltre che ammirazione - per quel ragazzo della canzone 'Non c'è', nel mio ultimo album. Un ragazzo che si rifiuta di partecipare 'al gran ballo delle celebrità' e riesce a difendersi dalle insidie dei 'gatti e delle volpi' del barraccone dorato della 'musica&business'. Io ammetto invece che fin dagli inizi cercavo riscontro, adesione e inseguivo successo e popolarità. Saranno stati - e sono ancora - solo 'peccati veniali', ma pur sempre peccati...

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