Bob Morris, l'artista di culto dell'«informe»

Luca Beatrice

Meno identificabile di Donald Judd, Carl Andre, Richard Serra, Dan Flavin, ovvero di quegli artisti che hanno definito precisamente il Minimalismo, Robert Morris scomparso a 87 anni a New York va comunque considerato tra i padri di una tendenza il cui stile, al netto dell'ideologia che ne ha contrassegnato gli inizi, in netta contrapposizione con i residui pittorici dell'Espressionismo astratto e il glamour «superficiale» della Pop Art, arriva fino ai giorni nostri. Perché ancora non si dà arte contemporanea senza quel gusto sobrio, essenziale, rigoroso che via via si è trasformato in manierismo accademico, proprio quello da cui i minimalisti hanno sempre cercato di fuggire.

Bob Morris, nato a Kansas City nel 1931, lascia presto la pittura per la filosofia, sposa Simone Forti, danzatrice del Judson Theatre, si afferma con primi lavori geometrici a metà degli anni '60 quando diventa docente d'arte e saggista, poiché gli è necessario l'approccio teorico per motivare la percezione complessa delle sue opere. Non è troppo affascinato dall'high tech né dal mimetismo con il design, anzi scegli materiali più «morbidi» come il legno, stracci, pezzi di feltro che installa in grandi interventi che includono lo spazio e qualche volta lo tagliano. Continuando a sperimentare, affronta temi dell'arte concettuale e processuale, la performance, provando persino la pittura nei primi anni '90 con beffarda ironia.

Considerato artista di culto più che popolare, Morris condivide con Bruce Naumann (ultimo grande vecchio rimasto di quella straordinaria stagione americana) intuizioni e atti germinali che hanno fornito spunti alle successive generazioni di artisti e non è improprio affermare che molti dei suoi lavori siano stati letteralmente saccheggiati da legioni di imitatori. Difficile, criptico addirittura, Morris sapeva però essere anche poetico e intenso. Ha lavorato a lungo con il gallerista di origine italiana Leo Castelli, nel 1994 il Guggenheim New York gli ha dedicato una grande retrospettiva mentre in Italia si è visto l'ultima volta al MART di Rovereto.

Fu la militanza critica di Rosalind Krauss a individuarne i tratti teorici più interessanti, inventando per lui la categoria di Anti-Form, che in qualche modo superava le rigidità minimaliste. Al posto del ben costruito, dunque, il non costruito, nulla a che vedere con il rifiuto o l'accozzaglia (questa errata interpretazione ne ha causato i peggiori imitatori) quanto piuttosto «ammucchiamenti aleatori, impilamenti disordinati, sospensioni».

Pur non dipingendo lo si può considerare tra i continuatori di Pollock, poiché stendeva immensi fogli di feltro sul pavimento del suo atelier, tagliandovi trame lineari, successivamente appese, come estenuate, a ganci da cui pendevano con irregolarità inquietanti che sempre tendevano a mettere in crisi la definizione formale. Insieme a Duchamp, Fautrier, Twombly, Oldenburg e Mike Kelley, fu identificato proprio dalla Kraus come l'esponente di spicco della non-tendenza dell'informe. Tutto molto intellettualistico, in linea con la cultura critica del tempo.

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