Colpa, espiazione, morte. Schrader cala il suo tris d'assi

In "Il collezionista di carte" Oscar Isaac, ex torturatore di Abu Ghraib, sconta il suo passato nel gioco d'azzardo

Colpa, espiazione, morte. Schrader cala il suo tris d'assi

Venezia. Colpa, espiazione, morte. Ancora una volta Paul Schrader, lo sceneggiatore degli scorsesiani Taxi Driver, Toro Scatenato, L'ultima tentazione di Cristo ma anche di American Gigolo di cui era regista, in Il collezionista di carte in concorso alla Mostra di Venezia e da oggi nelle sale, fa ruotare un film intorno a questi tre temi centrali a lui cari: «Nel corso degli anni ho sviluppato un mio genere cinematografico che di solito implica un uomo solo, in una stanza, che indossa una maschera, e la maschera è la sua professione. Può essere un tassista, uno spacciatore, un gigolò, un reverendo. Dopodiché prendo quel personaggio e gli pongo accanto un problema più grande, personale o sociale», racconta il regista settantacinquenne. Ecco dunque il personaggio di William Tell, interpretato dall'attore del momento, Oscar Isaac che vedremo sempre qui al Lido nell'atteso Dune e nel remake di Scene da un matrimonio, un ex militare che ha scontato alcuni anni di prigione e che ora è un giocatore d'azzardo professionista - ecco la «maschera» immaginata dal regista guardando i programmi tv sul poker - alle prese con il «suo problema più grande» ossia, ricorda Schrader, «il fatto che è stato un soldato addetto alle torture ad Abu Ghraib per conto del governo degli Stati Uniti». «William non prova un senso di colpa generico come quello cristiano, ma un tipo di colpa più specifico - dice Schrader educato da una rigida famiglia calvinista che l'aveva indirizzato a studi di teologia per diventare sacerdote - perché ha fatto qualcosa di terribile che non può perdonarsi. È stato in prigione e ora vive in una specie di purgatorio». Il regista e sceneggiatore costruisce in effetti un meccanismo a orologeria che porterà il senso di colpa alle sue più estreme conseguenze anche perché, in maniera quasi cristologica, il protagonista porta su di sé le colpe di un intero Paese. Ancora Schrader: «Le torture nella prigione di Abu Ghraib hanno ferito non solo i prigionieri arabi e i loro aguzzini americani, ma una intera nazione e la cultura militare che l'ha permessa. Volevo tirare fuori questa storia perché oggi c'è una specie di mancanza di responsabilità collettiva. Nessuno è davvero responsabile di niente. Neanche i politici che dicono che la colpa è sempre di qualcun altro. Io invece sento la responsabilità del mondo sulle mie spalle».

Così il passato continua a perseguitare William Tell e bussa alla sua porta ripresentandosi plasticamente nella figura dell'adolescente Kirk (Tye Sheridan), in cerca del senso della vita dopo il suicidio del padre soldato. Il terzo personaggio protagonista, che fa da unione tra queste due storie, è quello di La Linda (Tiffany Haddish), una misteriosa finanziatrice che vorrebbe fare da agente a William Tell.

Queste tre monadi si muovono, accompagnate da una regia fredda ma allo stesso tempo incredibilmente avvolgente e dalla fotografia pittorica del fido Alexander Dynan, tra l'America più profonda delle stanze di motel e quella della costa dove i casinò ospitano i giochi preferiti dal protagonista, poker e blackjack. Con il solito rigore registico, rispettando i ritmi del gioco, che possono essere concitati quando hai delle mani magiche, ma dilatati fino alla noia per giorni e giorni. Mentre, nei continui flashback, vengono rimesse in scena in maniera magistrale e, per questo, ancora più sconvolgente, le torture ad Abu Ghraib orchestrate dall'inquietante personaggio del Gordo interpretato da Willem Dafoe.

«Il mio - racconta Osar Isaac - è un personaggio da tragedia greca, sopravvive conducendo una vita a metà, incapace di perdonare se stesso ma allo stesso tempo senza il coraggio di togliersi la vita. Segue una serie di regole e aspetta che gli venga offerta la possibilità di redenzione. Allontana da sé ogni forma di conforto e le altre persone, si veste come se avesse un'uniforme e ha scelto il gioco azzardo non per una forma di dipendenza, che renderebbe incontrollata la sua attività, ma al contrario per un esercizio di controllo estremo».

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