Dalle lacrime di Levi alle rocce di Matera. Il passaggio in Lucania è una liturgia

La città sarà Capitale europea della cultura nel 2019: ecco il suo fascino arcaico

Dalle lacrime di Levi alle rocce di Matera. Il passaggio in Lucania è una liturgia

Uno, solo uno. Prendetevi un giorno e andate nel circo della luce in Lucania. È un posto pieno di vertigini e sete, crete e ramarri, dove i calanchi sono i segni di quel grande rapace che è il tempo. Salite, scendete, sudate a dovere, salite ancora e scendete ancora. Incontrerete fichi d'India, ciuffi di sparto, cuscini di amarantacee e ulivi robusti come colonne doriche che mantengono il tempio della fatica: la terra. Poi incontrerete una fila di case bianche sulla cresta di un burrone pieno di commozione e solitudine. Qui c'è silenzio antico, che ad ascoltarlo bene graffia dolce dolce come il pennello sulla tela vergine. Fate come me, arrivate alla Luma, sceglietevi il miglior muretto sul quale sedervi, chiudete gli occhi per un momento lungo una vita e, quando sentirete il grido lontano di una poiana, riapriteli lentamente. Gagliano, vi sembrerà un quadro, una frase, una lacrima di Carlo Levi che è ancora qui. Giuro, è qui! In questo posto dove Cristo viene a riposare e dove nessuno vorrebbe più andar via.

Tutte le volte che torno a Matera mi piace fare il giro largo, ma largo largo, e saziarmi di pause. Passo sempre da Aliano, il paese dove il fascismo confinò l'autore del libro Cristo si è fermato a Eboli. C'è aria buona in questo ventre lucano lontano da tutto e, soprattutto, c'è silenzio antico, vero, buono da farsene una cura. Passando per il borgo fantasma di Craco, continuo verso il Cavone, una valle di spine con mare grosso di terre bionde crepate dove gli spazi sono grandi infiniti e disorientano la consapevolezza geografica di trovarsi in una delle più piccole regioni d'Italia.

Mi piace la liturgia dell'andare lento, faccio giri a vuoto, passeggio per i paesi, arrivo nelle piazze deserte alla controra, spingo i portoni delle chiese, guardo le rondini isteriche, gli anziani pieni di calma, m'inchino al sacro invisibile.

Più di ogni altra cosa la Basilicata è una piantagione del tempo mai stanca di mettere frutti, in tutte le stagioni, anche in inverno quando i terreni sono bruni, gli alberi spogli e i venti, fabbricati tra le cime dall'Appennino e gli altipiani della Murgia, più freddi.

Oltre il fiume Basento, arriva Matera, il gorgo di salite discese vertigini, l'alveare nei Sassi costruito per non perdere neanche una goccia di pioggia, custodire l'acqua, tenere a mente l'esistenza.

E Matera non scherza, Matera ti prende e mette addosso, dentro ovunque nelle carni, il respiro matto. Quello dello stupore, quello del fiato a debito, quello che non ti fa dire mezza parola e fa impazzire il cuore che non si ferma, danza la vita potente, fa il cavallo in petto, s'inchina alla bellezza. Basilicata ruvida e poetica, tra scirocco e tramontana che sferzano mandorli ulivi ferule, dove va in scena lo spettacolo rupestre del calcare col passepartout roccioso dei Sassi Caveoso e Barisano, i precipizi della Gravina, le grotte zeppe di affreschi bizantini, i muretti a secco (in questi giorni l'Unesco ha inserito quelli italiani, insieme ad altri otto Paesi, nella lista degli elementi immateriali dichiarati Patrimonio dell'Umanità), le facciate barocche e romaniche, i saliscendi lastricati, le lande della Murgia che sanno di luna.

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