Il film del weekend: "Captain Phillips - Attacco in mare aperto"

Tom Hanks in un'avventura drammatica di grande verosimiglianza, che emoziona e tiene sulle spine per più di due ore

Il film del weekend: "Captain Phillips - Attacco in mare aperto"

Paul Greengrass dirige un'opera cinematografica tesa e convincente, con momenti emotivamente impegnativi. "Captain Phillips - Attacco in mare aperto" è la ricostruzione molto realistica di una storia vera e si basa sul libro di memorie in cui il Capitano Richard Phillips narra quanto accadutogli nel 2009 quando la sua nave container venne attaccata da pirati somali e lui fu portato via come ostaggio. E' un film che mette a disagio perché, senza polemica e con la sola descrizione muta dei fatti, rende consci, una volta di più, del malfunzionamento del sistema economico globale e dell'instabilità geopolitica di alcune parti del mondo.

Girata in maniera essenziale e priva di fronzoli, la pellicola riesce ad evitare la retorica "patriottica" e un po' pedante di certi titoli americani, pur non rinunciando a mettere in luce il pragmatismo e l'efficienza militare statunitense; allo stesso modo non cade nel rischio opposto di prendere acriticamente le parti degli svantaggiati rappresentanti del terzo-mondo. Il punto di vista degli assalitori è messo in luce tanto quanto quello degli assaliti e documenta come, in certe situazioni, non ci siano eroi e malvagi, vincitori e vinti, quanto piuttosto esseri umani figli di circostanze di partenza diverse.

A incarnare i due mondi agli antipodi coinvolti nella vicenda, sono in particolar modo i due capitani dei diversi schieramenti: da un lato Phillips (Tom Hanks), a capo della Maersk Alabama, e dall'altro Muse (Barkhad Abdi), il pirata a guida dello sparuto gruppo somalo. Sono due uomini il cui rapporto è ovviamente antagonistico ma che, si intuisce, nutrono comunque del vicendevole tacito rispetto. Il fatto che entrambi comprendano le ragioni dei comportamenti dell'altro, tradisce la loro consapevolezza di essere pedine di un gioco più grande, sul quale non hanno alcun potere e di cui non hanno responsabilità. Il loro è uno scontro di volontà e di disperazione, una battaglia per la sopravvivenza. Muse ha una faccia terrificante, lo sguardo spiritato e scatti violenti e imprevedibili dietro cui si nasconde la sofferenza di chi non ha la possibilità di agire diversamente nonostante stia portando avanti una missione quasi suicida. Nei panni del Capitano Phillips, invece, Tom Hanks rappresenta un uomo ordinario costretto a vivere momenti in cui dar fondo al proprio coraggio e pensare rapidamente in modo tattico, senza perdere il controllo delle proprie emozioni e mantenendo la risolutezza necessaria a salvarsi la vita; eppure c'è spazio in lui anche per barlumi di compassione nei confronti dei suoi aguzzini, angosciati, non meno di lui, e braccati dai Navy Seals e dalla Marina Americana. Un'interpretazione la sua, che sembra nata già con l'Oscar in mano.

Grazie alla recitazione eccellente di tutto il cast, la fotografia diventa straziante quando negli intensi primi piani dei protagonisti illustra da vicino il loro calvario. La vicenda è concentrata in poche ore e la maggior parte dell'azione è ripresa quasi in tempo reale. Una volta agganciato l'interesse del pubblico, il film si concede anche momenti lenti che, se non fosse già scattata l'empatia col personaggio principale, rischierebbero di annoiare e invece finiscono con l'indurre quel poco di prostrazione che fa solidarizzare ancor più con il prigioniero. Siamo lì con lui, in balia delle onde, su una scialuppa che è una scatoletta gialla chiusa e claustrofobica, a vivere in prima linea una situazione estrema ed estenuante con un grado di realismo e di sfinimento psicologico che pochi altri film permettono di esperire.

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