I cent'anni di Alida Valli la diva che piaceva a Hitchcock e Welles

Arriva a "Cannes Classic" un documentario che ne racconta la vita. Tra arte e amore

I cent'anni di Alida Valli la diva che piaceva a Hitchcock e Welles

Il destino non è scritto nelle stelle. Si nasconde nei gesti. Nelle parole. E quello di Alida in arte Valli era accucciato dietro le cinque lettere più bistrattate di sempre. Amore. La canzone che l'aveva resa celebre è tratta da un film, Stasera niente di nuovo di Mario Mattoli, in cui interpretava una ragazza di vita che, trasportata in commissariato, inciampa nel giornalista Cesare Manti, a cui anni prima aveva salvato la vita. Stavolta provò lui a redimerla dalla strada. E solo quando si ammalò riuscì a sposarla, trasformando in verità la bugia che Maria raccontò alla sua famiglia.

«Ma l'amore no, l'amore mio non può disperdersi nel vento con le rose» l'avrebbero cantata in molte dopo di lei. Da Lina Termini a Caterina Valente, da Mina alla Zanicchi, dalla Cinquetti alla Ruggiero. Eppure quel brano - scritto da Giovanni D'Anzi e Michele Galdieri, che, tanto per intenderci, firmarono O mia bela Madunina e Munastiero 'e Santa Chiara - fissò l'impronta della vita intera di Alida in arte Valli, che il 31 maggio compirebbe cent'anni e il 17 torna al cinema - suo primo amore artistico - con la voce di Giovanna Mezzogiorno, in un documentario di Mimmo Verdesca con il nipote dell'attrice Pierpaolo De Mejo, prodotto dall'Istituto Luce e incluso tra i pochissimi titoli della selezione Cannes Classic in rappresentanza dell'edizione saltata per pandemia un anno fa.

Invece quella bellissima ragazza, dal cognome impronunciabile - Alida Altenburger von Marckenstein und Frauenberg - e qualche quarto di nobiltà tirolese da parte di papà, sperimentò ben presto che l'amore si disperde nel vento con le rose. Esule istriana, nata nell'italianissima Pola, fu costretta a fuggire a Como e non tornare più nella terra natale diventata Croazia. Gli slavi ci provarono, intestandole il cinema Valli a Pola e offrendole un premio alla carriera come miglior attrice croata di sempre. Era il 2004, due anni prima di andarsene, in povertà e solitudine con i benefici della legge Bacchelli. E lei, indomabile, rispose: «Sono nata italiana e italiana voglio morire».

Questione di amore. Quello che non può disperdersi nel vento che invece risucchiò il suo primo fidanzato. Aveva vent'anni, Alida, e tra le braccia di Carlo Cugnasca era felice e sognava. Lui, aviatore fascista, precipitò con il suo aereo a Tobruk nel '42. Lei era già la Valli. Aveva attraversato il Ventennio, diva dei telefoni bianchi, da quel Mille lire al mese di Max Neufeld che segnò un'epoca con un altro celebre motivetto a Ore 9: lezione di chimica, in cui era una collegiale, reduce dal successo di Piccolo mondo antico con Mario Soldati. Le valse la coppa per la miglior interprete femminile, istituita dal conte Giuseppe Volpi alla Mostra di Venezia e ancor oggi a lui intestata.

Con il fascismo l'idillio, semmai ci fu, si ruppe l'anno dopo. Ne segnò lo strappo la censura di Mussolini su Noi vivi del marito di Anna Magnani. E quando Cinecittà fu trasferita in laguna, lei rimase a Roma lasciando che a Salò andassero Gino Cervi, Osvaldo Valenti, Luisa Ferida. Ma l'amore no, aveva in serbo altri tiri mancini. Perché se nel 1944 sposò Oscar De Mejo negli Stati Uniti, Hollywood l'avrebbe convocata tre anni dopo, sull'onda del successo di Eugenia Grandet di Mario Soldati in un'Italia che si stava rialzando dalla guerra.

Dal matrimonio con De Mejo nacquero due figli, Carlo e Larry. Dalle nozze con Hollywood, dove la chiamò il produttore David O. Selznick - quello di Via col vento, per capirci - videro la luce Il caso Paradine di Alfred Hitchcock con Gregory Peck, Il miracolo delle campane di Irving Pichel con Frank Sinatra e Il terzo uomo di Carol Reed con Orson Welles.

La «Ingrid Bergman italiana» tornò presto indietro, incapace di adeguarsi alle regole imposte dalle produzioni che esigevano controllo totale sulla vita degli interpreti anche fuori dal set. Il divorzio le costò una salata penale. Un nuovo amore si era disperso nel vento ma lei non sapeva che un altro addio si delineava all'orizzonte e a pagare era il cuore.

Pure l'unione con De Mejo era in frantumi e la svolta ebbe il profilo di un film e un uomo. Senso di Luchino Visconti sarebbe stata la rinascita artistica e il musicista Piero Piccioni quella sentimentale. «Io lo difenderò da tutte quelle insidie velenose» recitava la seconda strofa della canzone di D'Anzi e Galdieri. Sottinteso, l'amore. E la liaison con Piccioni la gettò in pasto alla cronaca nera. Sulla spiaggia di Torvaianica era stato trovato il corpo di Wilma Montesi e, tra gli indiziati ci fu proprio quel fidanzato, poi totalmente prosciolto. Intanto la macchina del fango aveva fatto il suo sporco lavoro, travolgendo la carriera del padre di Piero, ministro democristiano. Rimase solo il cinema ad accompagnarla nella seconda metà del '900. Dal Bertolucci dell'enigmatica Strategia del ragno al Pasolini di Edipo re e il Dario Argento di Suspiria e Inferno. Già, inferno. Come la sua battaglia infaticabile per arte e amore.

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