L'arte della danza (macabra) I pittori della nuova peste

Padovani, Robusti, Samorì... Ecco chi, «profetizzando» il Coronavirus, è tornato al celebre tema medievale...

L'arte della danza (macabra) I pittori della nuova peste

L'artista come veggente, prefiguratore. Lo ha detto John Ruskin (1819-1900), l'ho pensato io dopo avere notato negli ultimi tempi l'inquietante ricomparsa di un tema iconografico tardomedievale, la Danza Macabra: prima in una enorme (5 metri x 3) opera di Enrico Robusti e poi in una più contenuta ma comunque non piccola (2 metri x 1) tela di Sergio Padovani, pittori entrambi emiliani e chissà se la geografia comune significa qualcosa. Di certo significa qualcosa la comune iconografia: le Danze Macabre appaiono in seguito alla grande peste del 1348, quella che fece nascere il Decamerone di Giovanni Boccaccio e morire la Laura di Francesco Petrarca (e molti illustri artisti toscani a cominciare dai fratelli Lorenzetti, Ambrogio e Pietro).

E allora cos'è venuto in mente a Robusti e Padovani? Non lo sanno che il mondo dell'arte, specie quello italiano, è banalmente superstizioso? Perché mai hanno perso così tanto tempo, settimane se non mesi, a dipingere quadri dal soggetto così sgradito, così difficilmente vendibili? Questa è la prova che gli artisti, i veri artisti, non dipingono ciò che conviene ma ciò che vedono o intravedono: e sembra il nostro futuro, accidenti.

Poi mi sono imbattuto nei quadri tenebrosi di Maurizio L'Altrella, scurista lombardo (ho battezzato il filone degli Scuristi Lombardi per la tavolozza cupa e in contrapposizione ai vecchi Chiaristi Lombardi, Umberto Lilloni e compagnia più o meno bella). Di L'Altrella potrebbero bastare i titoli: Il tempo del caos, Come pecore in mezzo ai lupi, Quello che rimane, Vanitas... Mai una gioia: abbondano i teschi, l'atmosfera è da incubo, e il male, se non proprio la malattia, dilaga. Suppergiù nello stesso periodo il giovane defiguratore Francesco De Prezzo, che ha sempre dipinto quadri quasi totalmente bianchi, si è messo a produrre quadri compattamente neri: un semplice caso? Sono un po' troppi questi casi. A differenza di Voltaire e del cardinale Giacomo Biffi non sono sicuro che il caso non esista, ma quando il caso si moltiplica, e in una sola direzione, ecco che parlerei di avvisaglie.

Infine, e siamo al pezzo forte, è arrivato Nicola Samorì con Black square, la grande mostra napoletana (aperta fino al 30 aprile) nel cui titolo c'è il colore della peste, nella cui sede, il chiostro coerentemente fatiscente di Santa Caterina, c'è una sensazione di lazzaretto, nelle cui opere c'è la rappresentazione della morte fra martirio e epidemia. Samorì ha una gittata internazionale e della superstizione dell'asfittico mercato italiano non si preoccupa. E però se ne occupa, definendo «monumento alla superstizione» la scultura alta cinque metri che ha piazzato al centro del chiostro, un colosso intitolato Drummer liberamente ispirato a un piccolo avorio intagliato nel Seicento dallo scultore tedesco Joachim Henne, oggi custodito al Victoria and Albert Museum di Londra e intitolato La morte come batterista. Insomma la terza Danza Macabra di questa nuova ondata di Memento mori, e stavolta pure tridimensionale.

Ovviamente tutte le opere succitate sono state realizzate prima (magari poco prima) dell'esplosione del Coronavirus e però tutte sembrano anticiparla, sintetizzarla. C'è da dire che, vista la situazione italiana, a realizzare opere luttuose non ci si sbaglia comunque: se non ti angoscia il contagio dovrebbe farlo il crollo demografico, o il precipitare della produzione industriale. Mille sono le ragioni di afflizione, innumerevoli le minacce che incombono. Un po' come nel Seicento napoletano, secolo di eruzioni, rivolte e pestilenze, a cui Samorì, ancora una volta guarda che caso, si ispira per alcuni quadri della sua mostra «nera». Uno prende le mosse da José de Ribera (1591-1652), virtuoso di flagellazioni, crocifissioni, torture varie, l'altro da Luca Giordano (1634-1705), che proprio alla peste (quella tremenda del 1656: 250mila morti su 450mila) dedicò due tele monumentali, commissionate dal viceré spagnolo Gaspar de Bracamonte in funzione di ex voto. In San Gennaro intercede presso la Vergine, Cristo e il Padre Eterno per la peste, conservata a Capodimonte, si vede San Michele Arcangelo rinfoderare la spada: dunque il morbo è stato un castigo di Dio, irato per colpa dei peccati degli uomini e ora finalmente rabbonito dal patrono. Tutto torna, nella Storia, ma questo non torna, i pochi cattolici scampati alla presente apostasia credono in un Dio esclusivamente misericordioso, l'ha detto anche il Papa... Fa niente che sia una fantasia moderna anzi modernista, che la Sacra Scrittura (Antico e pure Nuovo Testamento) ci presenti un Altissimo geloso e vendicativo: nessuna autorità civile o religiosa commissionerebbe oggi un'opera simile. Nessuna autorità commissionerebbe oggi una Danza Macabra. Ma gli artisti la dipingono lo stesso, prendendosi il rischio della profezia e della verità.

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