La lezione di vita (cristiana) di Julián Carrón

La lezione di vita (cristiana) di Julián Carrón

Ricordo il giorno in cui in cui lo conobbi, per un' intervista al Giornale. Don Giussani era appena morto e mi trovavo davanti alla sede del Sacro cuore, alla periferia di Milano, dove era stata allestita la camera ardente. Giorgio Vittadini, uno dei leader di Cl, me lo passò al telefono. Don Julian Carrón mi spiegò con linguaggio asciutto, senza smarrirsi in perifrasi clericali, che Giussani aveva riportato Cristo dentro la mischia della realtà contemporanea. Lui ha fatto lo stesso e sono molte le persone, fra cui il sottoscritto, che devono ringraziarlo per l'aiuto dato alle loro traiettorie personali.

Se c'è un pregiudizio irritante è, almeno per me, quello che la fede sia un salto nel buio. Una specie di illuminazione, un bonus che qualcuno vince alla capricciosa lotteria della vita e altri no, insomma qualcosa di irrilevante e ornamentale, al massimo un dolcificante da tirare fuori dalla tasca per zuccherare le prove cui siamo sottoposti.

Non sono un teologo e non voglio mettermi a discutere del rapporto fra fede e grazia, ma posso dire che tutto l'insegnamento di Carrón va contro questa pretesa di un illuminismo prêt-à-porter che riduce, anzi rattrappisce, la nostra umanità. Per Carrón Cristo è entrato nella storia e non se n'è più andato. Insomma, fa compagnia alla nostra umanità, risponde alle grandi domande, non in teoria ma toccando la nostra carne viva, di più le riformula e le potenzia, allargandone il perimetro e la profondità. Si può credere, nella drammatica libertà di ciascuno, se si intuisce che il cristianesimo dà forza alla nostra fibra così sfilacciata.

Di più: vorrei dire, per la mia percezione, che io sono arrivato seguendo don Julian a ricomprendere l'esperienza cristiana: un surplus di umanità, altrimenti inspiegabile, che è entrato nelle vicende del mondo duemila anni fa e l'ha cambiato, costruendone sia pure a frammenti uno diverso, passando di padre in figlio, di generazione in generazione, fino ai nostri giorni e fino a me.

Non c'è una formula segreta, nascosta da qualche parte nella credenza della nonna, ma solo la sfida avvincente fra il mio io e quella scheggia di divino che cammina sulle gambe degli uomini che l'hanno incontrato senza chiudere gli occhi, ma spalancandoli davanti a quella scintilla di eterno.

Nessuna favola a lieto fine per palati sensibili, ma un corpo a corpo, a volte un combattimento, più spesso un abbraccio, fra quella novità e la mia persona. Con i suoi limiti e le sue aspirazioni, ma soprattutto con la capacità di intercettare e valutare quel messaggio che è tutto fuorché una comunicazione a scatola chiusa.

Insomma, don Carrón ha dato continuità e prospettiva a quel che don Giussani aveva intuito nel 1954 salendo i gradini del liceo Berchet a Milano: quel cambiamento, quel surplus di umanità, lo puoi sorprendere oggi, oggi come duemila anni fa. È un po' questo il genio, se vogliamo il carisma, di Cl e immagino che su questa strada, quotidiana e vertiginosa, voglia proseguire Davide Prosperi, ora alla guida di questa esperienza.

In questi sedici anni, dal 2005 a oggi, mi sono ritrovato a credere ogni giorno di più. Soprattutto ho imparato a prendermi più sul serio e fare i conti con la realtà.

Don Julian mi ha insegnato a non trascurare niente e a non avere paura di niente. Mi pare questo il tesoro più prezioso.

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