Lino Guanciale è Ricciardi, il barone che fa il commissario

Non il solito commissario, impegnato nel solito giallo. Per la città dove opera, innanzitutto: "Una Napoli anni '30 mai vista al cinema"

Non il solito commissario, impegnato nel solito giallo. Per la città dove opera, innanzitutto: «Una Napoli anni '30 mai vista al cinema». Per le indagini che compie: «Basate esclusivamente su intuizione e fiuto, senza l'ausilio di alcuna tecnologia». E per il protagonista, naturalmente: «Un barone che ha scelto il mestiere anomalo di poliziotto perché spintovi dalla sua singolare facoltà: sentire gli ultimi pensieri delle vittime di morte violenta.

Alessandro D'Alatri appare soddisfattissimo de Il commissario Ricciardi, sei episodi gialli in onda da stasera in prima serata su Raiuno: «È stata forse - sorride il regista di Senza pelle e I giardini dell'Eden- l'esperienza più complessa di tutta la mia carriera». Per la densità di scrittura dei romanzi omonimi di Maurizio de Giovanni, da cui la serie è tratta: «Ciascuno dei quali, con quel potente mix di detection, sentimenti, commedia e soprannaturale, avrebbe potuto rappresentare una serie a sé». Per la meticolosa e accuratissima ricostruzione di una Napoli anni '30 «che in immagini non era mai stata riprodotta prima, obbligandoci a riprodurre i Quartieri Spagnoli o il rione Sanità nei vicoli di Taranto, città di analoghe caratteristiche borboniche».

E infine, evidentemente, per l'originale commissario Ricciardi, che ha il volto ormai popolare di Lino Guanciale. «Prima ancora di ricoprire questo ruolo ero già un lettore entusiasta del personaggio rivela l'attore -. Così, per costruirlo come interprete, ho fatto leva sulla fascinazione che aveva agito su di me quando ne ero solo un lettore». Non sa se la facoltà sensoriale che Ricciardi ha ereditato dalla madre quella di vedere il fantasma di persone colpite da morte violenta, e di ascoltarne gli ultimi pensieri - abbia una validità scientifica o sia solo un'invenzione letteraria di de Giovanni. «In ogni caso è il segreto che dà anima al personaggio. È stato proprio questo dono - ignoto agli altri - che ha spinto Ricciardi a dedicarsi al mestiere di poliziotto, suggerendogli di concentrarsi sui casi di delitti più complicati e inspiegabili. A causa di questo stesso segreto il commissario sfugge i rapporti con le donne. Quello che lo blocca è il terrore di riprodurre in un eventuale figlio il tormento della stessa, inquietante facoltà».

Un tormento che, però, in qualche modo avvicina il mestiere dell'attore a quello del poliziotto: «Entrambi infatti devono mettersi nei panni di un altro. Osservarlo, analizzarlo. Insomma: io mi sono sforzato di fare con Ricciardi quel che Ricciardi fa con i suoi indagati». Il disegno del personaggio è preciso fin nei dettagli più curiosi. Ad esempio il ricciolo ribelle che perennemente gli sfugge sulla fronte; lo stesso di celebri eroi del fumetto anni 30 come Rip Kirby o Clark Kent: «Non solo una citazione d'epoca chiarisce divertito D'Alatri- ma anche la conseguenza di un'altra curiosa mania del commissario. In un'epoca in cui il cappello era un accessorio maschile praticamente irrinunciabile, lui non ne indossa mai uno».

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