Lorenz, un genio troppo antimoderno per essere celebrato

C'è una sorta di ossessione nel riproporre il vecchio e tedioso copione, per il quale sotto la mannaia della «correttezza politica» debbano passare le più disparate idee, parole e opinioni. Un copione che trita ogni cosa e in cui vi può finire anche chi viene unanimemente riconosciuto tra i maggiori scienziati del secolo scorso. Siamo infatti al trentennale della morte di Konrad Lorenz (7 novembre 1903 - 27 febbraio 1989), etologo di fama mondiale e anche pioniere dell'ambientalismo, i cui studi scontano il fatto di essersi posti su un crinale di radicale critica alla società moderna. Una multiforme produzione saggistica che lo ha portato a difendere le strutture sociali tradizionali e il principio di autorità nei processi educativi. Così intese l'incipiente frattura tra padri e figli in seno alla famiglia, quando criticò la «pedagogia americana» e l'educazione «antiautoritaria». Da queste, e da varie altre formulazioni, che miscelavano rigorosità scientifica ad intuizioni brillanti, è partito da qualche anno un interminabile fuoco di fila nei suoi confronti. Eppure Lorenz, pur criticando l'omologazione culturale ed essendo un pensatore antimoderno, non è mai caduto in un rovinoso e inservibile pessimismo, rimanendo legato ad un agire scientifico che naturalmente non rinnega i fondamenti positivisti.

Premio Nobel per la Medicina nel 1973, a dimostrazione della serietà dei suoi studi, ricevette esattamente dieci anni dopo anche la laurea honoris causa dalla università di Salisburgo. Le trame del politicamente corretto non temono però ostacoli e, nel dicembre del 2015, gli fu revocata con la solita motivazione. Vale a dire fu chiamato in causa il suo passato nazista. Ma che Lorenz avesse avuto simili simpatie era arcinoto. Anzi, sapevamo anche di più, e cioè che, nel 1938, aveva addirittura scritto sul proprio curriculum che avrebbe voluto mettere «tutta la sua vita scientifica al servizio del nazionalsocialismo». Tuttavia su queste vicende, come sappiamo bene, vi è sempre una evidente difformità di giudizio. Il caso paradigmatico di Günter Grass va rimarcato. Quando, a tarda età, confessò il suo passato senza nessun imbarazzo, non gli toccarono le spietate critiche capitate in sorte ad altri. Ciò nonostante, mantenne fino alla fine il piglio moralistico nel portare reiterati attacchi allo storico revisionista Ernst Nolte, paragonandolo ad una sorta di becero negazionista. La difformità fu evidente perché Grass era l'icona democratica di una casta intellettuale progressista che mai avrebbe menato fendenti contro se stessa. Al contrario, su Lorenz si conosceva ogni cosa sin dall'inizio e, infatti, mai ha tentato di occultare il passato. Peraltro, saggi accademici, articoli, ma anche il mondo periglioso e, in questo caso, utile di internet, fornivano ogni piccolo dettaglio su quella giovanile adesione. Dunque, dai tempi del Nobel, tutti sapevano. E allora, pare evidente che il reiterarsi delle critiche nell'approssimarsi della ricorrenza, non riguardi tanto il passato ma il contenuto dei suoi studi. Probabilmente non urta il nazista ma lo scienziato. Lorenz provoca scalpore e viene combattuto per le sue teorie sull'imprinting e, soprattutto, per alcuni suoi saggi non-conformisti, come Gli otto peccati capitali della nostra civiltà (peraltro, pubblicato in Germania proprio nell'anno del Nobel) in cui mette alla berlina un modello democratico che tende ad esaltare una innaturale disumanizzazione della nostra specie.

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