Muccioli tra luci e ombre. La docuserie SanPa (Netflix) lascia aperti molti dubbi

Fa discutere la docuserie di Netflix "SanPa, Luci e Tenebre di San Patrignano". La ricostruzione è interessante ma sono troppe le tesi preconcette. Muccioli, infatti, fu processato e assolto

"SanPa, Luci e Tenebre di San Patrignano" (Netflix) è una docuserie davvero molto interessante. Affronta un pezzo di storia del nostro paese, accendendo i riflettori sulla comunità per il recupero dei tossicodipendenti più grande d'Europa. Si parla del suo fondatore, Vincenzo Muccioli, delle sue prime esperienze borderline, negli anni Settanta, a metà tra il mistico e la prenoterapia. Poi la svolta e l'impegno sociale, dedicandosi anima e corpo a chi cercava una mano per uscire dalla droga. In mezzo al deserto, perché allora lo Stato non c'era. Chi non ci credesse vada a chiederlo ai familiari dei tossicodipendenti, lasciati completamente soli, nel loro disperato dramma quotidiano. Se vogliamo raccontare Muccioli e San Patrignano dobbiamo partire da qui, da questo deserto, dove le istituzioni si affacciano, le prime volte, per chiedere conto a Muccioli di alcuni "abusi edilizi". Nel recupero dei tossicodipendenti Muccioli è stato un pioniere e grazie alla sua comunità ha salvato migliaia e migliaia di giovani vite. Su questo non ci sono dubbi.

Muccioli non era un santo e non era neanche un eroe. Sicuramente ha commesso degli errori. La docuserie ne parla, ricostruendo le vicende di San Patrignano. C'è tanto materiale d'archivio, ma ci sono anche i racconti di alcuni protagonisti dell'epoca. Tre sono stati ospiti della comunità e, col tempo, sono divenuti strettissimi collaboratori di Muccioli: stiamo parlando di Walter Delogu (che diverrà autista e guardia del corpo del fondatore di Sanpa), Fabio Cantelli (per qualche anno capo ufficio stampa della comunità) e Antonio Boschini, laureatosi in comunità poi divenuto medico e responsabile terapeutico di san Patrignano.

Tra le testimonianze c'è anche quella di Andrea Muccioli, figlio di Vincenzo, e per sedici anni, dopo la morte del padre, a guida della comunità. Toccanti anche le testimonianze di Sebastiano Berla, gemello di Natalia, una ragazza che si tolse la vita durante il suo percorso terapeutico nella comunità. Ampio spazio nella narrazione-ricostruzione viene dato a un giornalista, Luciano Nigro, a distanza di anni ancora oggi ossessionato rispetto al presunto "metodo San Patrignano", e al giudice Vincenzo Andreucci. Quest'ultimo rivendica di aver indagato, per primo, sui metodi "criminali" di san Patrignano e delle catene con cui alcuni ospiti, quelli più problematici, venivano trattenuti. Andreucci è convinto che l'origine di tutti i mali di San Patrignano risieda lì, in quelle catene. Dimentica, però, che per quei fatti ci fu un processo e che Muccioli venne assolto.

La parte finale della docuserie parla dell'assassinio di Maranzano, ucciso a calci e pugni nella porcilaia di San Patrignano il 9 maggio del 1989: il corpo fu trovato in una discarica in Campania. Fu il colpo più duro per Muccioli e per tutta la comunità. Il fondatore di Sanpa venne assolto dall'accusa di omicidio, ma condannato per favoreggiamento: aveva saputo del pestaggio e della morte di Maranzano, ma non disse nulla per proteggere i suoi ragazzi. Condannato a otto anni per omicidio preterintenzionale Alfio Russo, capo del reparto macelleria della comunità.

Gran parte del racconto su SanPa è affidato a Delogu, l'autista-guardia del corpo. C'è spazio anche per un "tradimento": un giorno, infatti, Delogu decide di registrare di nascosto Muccioli, che mentre sono in auto gli parla della necessità di eliminare un ex ospite della comunità, Franco Grizzardi, che per primo aveva detto che Maranzano, dato per disperso, in realtà era stato ucciso durante un pestaggio. Per non far uscire quella cassetta Delogu avrebbe ricattato Muccioli, facendosi dare 150 milioni di lire. "Sì, ho pagato - raccontò Muccioli - ma l'ho fatto per salvare la comunità". Delogu oggi ovviamente non parla di ricatto, ma racconta che Muccioli gli aveva promesso un aiuto, per permettergli di costruirsi una vita fuori dalla comunità, e lui voleva solo una garanzia affinché quella promessa venisse mantenuta. Una sorta di "liquidazione" per anni di lavoro al fianco di Muccioli. Un'altra triste storia che però non ha avuto alcun seguito: quella cassetta, infatti, non fu accolta come prova nel processo Maranzano. Eppure nella docuserie ha ampio spazio. Serve anche questo per "picconare" il gigante.

Muccioli morì il 19 settembre 1995. La causa del decesso non fu rivelata. Alcuni testimoni nella docuserie parlano di Aids e c'è chi morbosamente avanza l'ipotesi che Muccioli lo avesse contratto da uno dei giovani ospiti della comunità che per primo si ammalò e perse la vita per la terribile malattia. Alla fine, giusto per non farsi mancare niente, si tira fuori anche la presunta omosessualità di Muccioli.

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Commenti

ilbelga

Sab, 09/01/2021 - 10:31

io non ho visto la serie, ma ho fatto sei anni il volontario in una comunità per tossicodipendenti, poi per motivi di lavoro ho smesso. preciso che non ho mai dico mai preso una lira neanche del rimborso benzina. comunque per farla breve, solo chi ha avuto esperienze come questa riesce a capire quanto era difficile affrontare un disagio come questo e con le istituzioni che guardavano dall'altra parte, a parte quelle del territorio vicino che ci davano una mano, giornalisti compresi. Dopo questa esperienza, quando vedo e sento giovani di oggi che si drogano, mi viene spontanea una domanda: Ma ho forse perso tempo???