«Un noir per scoprire i misteri d'Italia»

«Un noir per scoprire i misteri d'Italia»

Cha Cha Cha, bel titolo da commedia estiva anni '60, gli anni del boom, del juke-box e del gelato a stecco, ma certo spiazzante per un film notturno, ambientato in una Roma collusa e segreta, sporcata dalla politica e dalla corruzione. Eccolo il contropiede di Marco Risi, che sotto mentito titolo, ci regala un vero e proprio noir, con tanto di investigatore privato, Luca Argentero, reduce dall'inevitabile passato come poliziotto («mi appassionano i film con i private eye. Tutti», conferma il regista), una presunta dark lady, la biondissima Eva Herzigova, l'ex compagno d'armi che sguazza nell'ambiguo (Claudio Amendola) e il cattivo dei cattivi, il Grande Manovratore dal nome sonante, Argento, interpretato da Pippo Delbono. Tutto ha inizio con una festa sconsiderata sulla terrazza romana che guarda i Fori e un duetto Shel Shapiro - Herzigova sulle note di Che colpa abbiamo noi. E infatti tutto finirà in canzonetta, sui passi svelti di una gara di ballo.
Risi, l'Italia è un paese Cha Cha Cha?
«Avevo previsto titoli più adeguati alla spy story o al thriller, ma poi ho scelto questo perché anche se spiazza, mi pare descriva bene un paese ballerino, che rischia ogni volta di salvarsi con una mossa di cha cha cha. Suona forse fuori moda ma qui da noi ci sono fatti, situazioni, e balli, intramontabili».
Dopo il realismo e la denuncia, dopo il bellissimo Fortapasc sul caso Siani, stavolta, con Andrea Purgatori, giocate sul filo della citazione di genere, come nel caso della lotta letteralmente a corpo nudo di Argentero, richiamo esplicito alla scena culto di La promessa dell'assassino di Cronenberg...
«Vero, ci siamo lasciati andare alla passione per i film che amiamo, ma se il noir racconta un mondo deformato, è pur vero che rivela strette connessioni con la realtà alla quale ci ha abituati l'Italia, fatta di spie, servizi segreti e deviati, intercettazioni, tante cose che si sanno e che non si dovrebbero sapere, poliziotti che dovrebbero stare da una parte e stanno dall'altra, senza sapere più qual è la loro identità. Nella mia carriera avrei potuto giocare sul facile, rifare ogni volta il film che si aspettano da me, la formula Mery per sempre o Ragazzi fuori. E invece mi piace rischiare. Il riferimento all'attualità può essere un punto di forza per imporre un film, ma può anche condizionarlo in modo inesorabile e io questa volta volevo sentirmi libero di raccontare una storia in cui ci si possa riconoscere senza per forza ricorrere al realismo».
Un attore, Luca Argentero, in ruolo insolito, e un grande ritorno, Claudio Amendola, che deve moltissimo a Soldati e Mery per sempre...
«Luca avevo voglia di sporcarlo, renderlo silenzioso e un po' oscuro, esaltare la sua plastica fisicità tanto evidente nella scena prolungata di nudo. Mi piace come corre, e non è una battuta, non tutti sanno correre bene, Jean Louis Trintignant, ad esempio è un grande attore, ma la sua corsa è sgraziata, anche ne Il sorpasso diretto da mio padre Dino. Per quanto riguarda Claudio, cui sono affezionatissimo, ero curioso di scoprire a quale grado di cinismo fosse arrivato dopo anni di Cesaroni e fiction tv. L'ho messo alla prova. Responso: non è diventato presuntuoso».
Tocca a lui la frase cult della pellicola, «Che cazzo di Paese!», che però suona strana in bocca a quel personaggio...
«Perché arriva da uno che non avrebbe diritto di pronunciarla, un poliziotto sicuramente colluso con affari sporchi e strategie di destabilizzazione. Quell'esclamazione è ironica e nasce dal disappunto, perché alla fine, per stare a galla, ha dovuto smascherare e sconfessare il gioco criminale da lui stesso creato. Vittima o complice? In realtà non ha capito bene qual è la parte giusta dove stare. Lo stesso problema che ha il paese».
*direttore di Ciak

Commenti