Le nuove "storie" di Nesi. Cronache disperate dal cuore della pandemia

In "Economia sentimentale" lo scrittore narra l'impatto che la crisi avrà sulle nostre famiglie

Mi piace moltissimo leggere a letto, prima di addormentarmi, ma con certi libri non posso farlo perché altrimenti non dormo più. Economia sentimentale di Edoardo Nesi (La nave di Teseo) mi ha messo in agitazione, ho dovuto leggerlo di giorno e col boccetto di biancospino a portata di mano. Tiene troppo svegli, troppo tesi, questa galoppata nell'Italia pandemizzata, ossia ulteriormente impoverita.

La prosa di Nesi va veloce come un telaio della sua Prato. Da dove gli deriva questo ritmo? Davvero dal retaggio tessile-industriale? Possibile? O invece le ascendenze sono letterarie? Forse forse Curzio Malaparte? A pagina 72, Nesi definisce impareggiabili le pagine di Joan Didion che io non conosco perché magari, nello stesso ambito (new journalism), devo prima approfondire Wolfe, Mailer, Capote, Thompson... O invece niente, quella del vincitore del Premio Strega 2011 è tutta farina del suo sacco, se non lana del suo magazzino, e la mia ricerca genealogica risulta del tutto oziosa. Non vorrei fosse del tutto sbagliato anche giudicare i suoi libri a partire dai contenuti: non un dispetto all'autore, che ai suoi contenuti economici tiene moltissimo, altrimenti non li metterebbe fin nei titoli, bensì alla letteratura. Al piacere della lettura. Alla lingua italiana, anzi toscana. Perché Nesi ha un lessico spettacolare: «figlioli» al posto di «figli», «vo» al posto di «vado», «fare forca» per «marinare», «malestro» per «danno», «diaccio» per «freddo», «sortito» per «uscito», «avviare» per «cominciare», «garbava» per «piaceva», «grullo» per «scemo», e «cenci» per designare i vestiti delle grandi catene low cost... Insomma Collodi al tempo del Covid.

Con un vocabolario tale, e col ritmo succitato, si può scrivere qualunque cosa, un libro di viaggi, un libro di cucina, un libro di fiabe, e sarà sempre imperdibile. Esempio: alla fine di Economia sentimentale ci sono sei pagine dedicate al viaggio in America fatto da ragazzino con la famiglia. È roba vecchia (1976) e con mete arcinote (cascate del Niagara, Las Vegas, Central Park...) eppure si vorrebbe che fossero sessanta. Resta che il libro presente, «cronaca del vagare di un'anima in questi mesi assurdi», si svolge in massima parte sulla più domestica rotta Prato-Forte dei Marmi. È in questa Toscana industriale e borghese che il Nesi già industriale e tuttora fieramente borghese scrive, vive, telefona, mangia, beve, rimpiange, abbraccia, si scervella, legge, si affligge... È qui che incontra, è da qui che interroga i più vari personaggi sulle sorti d'Italia, e mescola le risposte con i suoi gin tonic (a pagina 138 c'è una ricetta bellissima) e le sue nostalgie. Pur essendo di sinistra e dunque, in teoria, progressista, da industrialista convinto non fa che rimpiangere il passato, per la precisione il boom economico e gli anni Ottanta. Per fortuna ne è consapevole: prima di me, industrialista non meno convinto di lui e però per nulla nostalgico di Springsteen e Muhammad Ali come lui, glielo ha fatto notare la moglie Carlotta. Tuttavia si intestardisce a interpellare professori come Enrico Giovannini, economista già ministro del governo Letta, uno che ce l'ha con l'evasione fiscale (dunque con il boom economico) e con l'inquinamento (dunque con il boom economico), un perfetto esempio di dirigista ambiental-pauperista, un campione del neo-statalismo per il quale il virus è vento in poppa, e che al contrario dell'intervistatore dispone di un gergo linguisticamente ridottissimo visto che usa l'aggettivo «sostenibile» con una frequenza insostenibile.

Molto più umana la risposta del piccolo industriale pratese che in primavera ha pianto e ora certo non ride, obbligato a scegliere fra l'anticipare la cassa integrazione ai dipendenti o pagare i fornitori (fare tutto non si può). O del grande imprenditore napoletano, Luciano Cimmino di Yamamay, che ricorda con orrore i giorni in cui «eravamo tutti in casa a mangiare surgelati. Ma è vita, quella, per un italiano?». Per i grulli, come li definisce Nesi, ancora convinti che l'innovazione crei posti di lavoro, si chiama smart working, mentre per Cimmino si chiama «vita in tuta». E si capisce molto meglio.

Sto scrivendo di un libro arrabbiato e pure disperato perché Nesi lo sa che non ci sono orecchie per intendere quando si parla di deindustrializzazione e di «quest'immane elargizione pubblica, tutto nuovo deficit, nuovo debito che un giorno toccherà ai nostri figli restituire». E lo sa di rischiare la derisione quando si spinge a rimpiangere perfino Fantozzi: «Ci si scorda sempre incredibile davvero doversi ritrovare a scrivere una frase come questa, per Dio, incredibile e infinitamente deprimente che aveva la macchina e la casa e un lavoro sicuro, il ragionier Ugo, mentre i nostri figli tutto questo lo possono solo sognare». Lo dicevo che Economia sentimentale, se letto a tarda sera, poteva provocare insonnia o incubi: bisogna leggerlo di giorno, quando può provocare lucidità.

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