Pietro Castellitto mette in scena i disastri di due famiglie, dove tutti sono "Predatori"

Una pellicola cruda, dove sia i proletari che i borghesi mostrano i loro tic

Venezia. Finalmente un film italiano vitale, spiazzante, politicamente scorretto, cattivo, crudo, diretto, grottesco e libero. Nella sezione «Orizzonti» della 77esima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia è arrivato I predatori, prodotto da Fandango in sala dal 22 ottobre, film d'esordio di Pietro Castellitto, sì lui, il figlio di Sergio e di Margaret Mazzantini, già attore molto credibile (La profezia dell'armadillo ma prossimamente sarà il capitano Francesco Totti nella serie Sky Speravo de morì prima) e ora anche regista di una storia tutta sua. Un uomo (Vinicio Marchioni) bussa a casa di un'anziana dicendo di essere un amico del figlio e riuscirà a venderle un orologio. Nel frattempo un giovane assistente di filosofia (lo stesso Castellitto) verrà lasciato, dal suo prof. (Nando Paone), fuori dal gruppo scelto per la riesumazione del corpo di Nietzsche. Ecco la presentazione di due famiglie diversissime, la prima sottoproletaria e fascistissima, la seconda borghese, intellettuale tendente a sinistra. Ma non siamo dalle parti di Ferie d'agosto di Paolo Virzì. Pietro Castellitto più che guardare alla classica commedia all'italiana (anche I mostri son lontani) guarda al grottesco di certo cinema europeo anche se, alla fine, firma un'opera personale e originale che ritrae un certo modo di stare in società: «C'è una classe sociale racconta il regista e attore ventottenne che, per essere predatrice, necessita delle armi e un'altra a cui non servono perché ne ha di più sofisticate. A dirla tutta il mio non è un film antifascista, che sarebbe stato giusto fare negli Anni Trenta e non credo che me lo avrebbero consentito, ma antiborghese. La famiglia con simpatie fasciste è molto colorata, come la pelle di certi animali che fanno credere di avere del veleno che però è esaurito». Effettivamente la famiglia Pavone, quella del protagonista assistente di filosofia (il padre medico è interpretato da Massimo Popolizio, la madre regista da Manuela Mandracchia), è quella che ne esce peggio, egoriferita, apparentemente normale ma in realtà disfunzionale, tra coppie che non si parlano e amici sopra le righe, tutto in una sorta di menzogna permanente ed effettiva. Molto più diretti e senza filtri i Vismara con Claudio (un sorprendente ed esordiente al cinema Giorgio Montanini che di mestiere fa lo stand up comedian nei teatri e in tv) impiegato nell'armeria dello zio criminale (Antonio Gerardi) che lo umilia a ogni pie' sospinto.
Come avrete capito il film è corale con un cast di attori particolarmente azzeccato (ci sono anche, perfette, Anita Caprioli, Giulia Petrini e Liliana Fiorelli) che Castellitto è riuscito a ben dirigere (belle anche la scelta delle musiche di Niccolò Contessa). Con la benedizione anche della famiglia Castellitto-Mazzantini: «I miei hanno visto film e gli è anche piaciuto anche se, ha detto mia mamma, penseranno che siamo così ma noi non c'entriamo nulla».

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