Quando l'Albertone nazionale cercava ancora il successo

Bella prova d'attore di Edoardo Pesce alle prese con la maschera più famosa del cinema italiano

Quando l'Albertone nazionale cercava ancora il  successo

Un giorno il regista Luca Manfredi chiede ad Edoardo Pesce: «Ti va di fare un film su Alberto Sordi?». «Certo! si entusiasma l'attore - E Sordi chi lo fa?». Mesi dopo, sul set del suddetto film, una comparsa interpella Pesce: «Sei tu che fai Sordi? Allora so' cavoli tuoi!». «Veramente la parola esatta non è stata proprio cavoli ammicca Pesce - ma il senso era quello». Irrinunciabile conditio sine qua per la riuscita di Permette? Alberto Sordi (film con cui il 21 aprile, natale di Roma, Raiuno celebrerà il centenario di una delle icone dell'Italia del 900, dopo la proiezione nei cinema il 24, 25 e 26 febbraio, per l'anniversario della morte) era infatti questa. Trovare l'interprete giusto. Chi avrebbe potuto restituire agli innumerevoli fan, in modo credibile e non semplicemente imitativo, volto e spirito di una leggenda del nostro cinema?

Non è un caso che il progetto di Manfredi sia partito solo dopo che Pesce (noto finora per personaggi di tutt'altro genere: i trucidi malfattori di Romanzo criminale e Dogman) era stato sottoposto ad un provino. «E solo rivedendomi mi sono detto: forse ce l'ho, Sordi. Forse mi appartiene davvero». Perché il segreto di una prestazione tanto inattesa quanto ammirevole è tutto qui: «Io ho interpretato un personaggio, non mi sono sordizzato. Albertone è una maschera della nostra cultura; della nostra Commedia dell'Arte. Interpretarlo significa indossare quella maschera. Non imitarla». Belle parole; ma fino a ieri - solo parole. Bisogna invece vedere con quale innata leggerezza e spontanea souplesse Pesce restituisce un Sordi giovane quello che va dal 1936, quando doppiava Oliver Hardy, al 1955, quando duellava con gli iconici spaghetti di Un americano a Roma - con tutta l'indolenza del vitellone capitolino e, al tempo stesso, la tenace sfrontatezza del cavallo di razza. «No: non ho utilizzato metodi, non ho fatto ricerche; non ho neppure rivisto i suoi film. Sordi ce l'ho dentro, come ce l'abbiamo tutti. Io, poi, lo tenevo proprio in casa: i miei nonni, i miei genitori parlavano e vivevano con la sua stessa romanità, nobile e mai sguaiata. La stessa di Petrolini, di Fabrizi, della Magnani, di Proietti. Insomma: quest'impresa impossibile l'ho affrontata di pancia. Al di fuori dei tecnicismi». Identico tratteggio per accenni e senza riesumazioni da museo delle cere, quello usato per riproporre altri mitici volti: quello di Federico Fellini (rifatto da Alberto Paradossi), Giulietta Masina (Martina Galletta), Aldo Fabrizi (Lillo), Vittorio De Sica (Francesco Foti), Steno (Massimo De Santis). E aver puntato sugli esordi della leggenda, narrandone la cacciata dai Filodrammatici di Milano «per l'accento troppo romano», i memorabili exploit radiofonici con Mario Pio e il conte Claro, il tonfo del felliniano Sceicco bianco causa quella comicità troppo urticante, i nove anni d'amore con la sontuosa Andreina Pagnani (elegantemente disegnata da Pia Lanciotti) di 15 anni più grande, «ha evitato il rischioso confronto col ricordo ancora troppo vivo del Sordi maturo riflette il regista Manfredi - E ci ha permesso di rivelarne la dimensione più privata, meno nota». «Oggi infatti sembra incredibile che Alberto Sordi, genio assoluto del nostro cinema, entomologo della realtà, che osservava per trarne comicità e dramma in egual misura, abbia avuto difficoltà ad affermarsi osserva Sergio Giussani della Oceans, coproduttrice con Raifiction - Eppure è proprio così».

Come ancora più incredibile sembra ed è invece tristemente vero - che molti dei quindici-sedicenni di oggi semplicemente ignorino chi fosse Albertone. «A questa precisa domanda posta da un sondaggio, molti di loro hanno risposto Alberto Tomba. Altri Alberto Angela. Pochissimi conoscevano l'eroe de La Grande Guerra o di Tutti a casa». Di certo lo sapeva, e non lo dimenticherà più, Edoardo Pesce. «Durante le riprese ho sentito una vicinanza, accanto a me: quella di una figura paterna racconta - E il 15 giugno scorso, anniversario della nascita, sono andato sulla sua tomba. Erano le tre del pomeriggio, c'ero solo io. Sembrava la scena di un film di Verdone. Gli ho portato due fiori. Giallo-rossi, naturalmente. E gli ho chiesto: Signor Sordi. Me la dà una mano?. Ancora non so se l'ha fatto davvero. Aspetto l'indomani della messa in onda, per dirlo».