Schopenhauer, l'arte di mettere insieme la morale e il libero arbitrio

Una nuova edizione curata da Sossio Giametta di due saggi cardine del pensatore tedesco

Sono pochi i filosofi che possono vantare una presenza costante nelle classifiche dei libri più venduti. E ancora di meno quelli che riuscono a intercettare un pubblico trasversale per età, gusti, cultura. A Arthur Schopenhauer (1788-1860) è riuscita la doppia impresa. Essere un riferimento per le accademie e, grazie alla fortunata serie di saggi dal titolo accattivante e spesso forzato (L'arte di ottenere ragione, L'arte di essere felici, L'arte di insultare e via dicendo), trascinare il proprio pensiero in sentieri inusuali. E che abbia la duplice capacità di essere divulgativo e intricato, analitico e didascalico, ce lo dimostra I due problemi fondamentali dell'etica, il volume di ottocento pagine che riunisce «Sulla libertà del volere umano» e «Sul fondamento della morale», ora pubblicato da Bompiani, con la corposa curatela di Sossio Giametta.

Due famosi trattati che ebbero un parto abbastanza strano. La Regia Società delle Scienze di Norvegia aveva bandito un concorso sulla libertà del volere (1837), mentre l'omologa danese ne bandì, l'anno dopo, uno sul fondamento della morale. Schopenhauer colse queste occasioni per ampliare le tematiche trattate nel Mondo come volontà e rappresentazione. E infatti se la sua memoria sulla libertà del volere fu premiata, l'altra non convinse la commissione perché ritenuta una riedizione del Mondo e «ingiuriosa nei confronti di sommi filosofi» come Fichte, Schelling e Hegel. Ma l'idea di raccogliere i due saggi in un solo volume sembra inevitabile, dal momento che la filosofia di Schopenhauer procede per percorsi diversi da quelli dei più solidi sistemi. Lo stesso Nietzsche la considerava una filosofia giovanile con un'evidente «mancanza di sviluppo» e che - aggiungiamo noi - trovava però il modo di strutturarsi a posteriori, anche grazie a Parerga e paralipomena. In realtà c'è del vero nell'affermazione di Nietzsche. Il pensiero di Schopenhauer muove da un'intuizione fondamentale del mondo ma poi si arricchisce, diventa avvolgente, in taluni casi si completa, sfrondando a ogni passaggio i rami secchi. Muove dalle idee kantiane e poi si dipana in maniera autonoma, aggredendo gli stessi temi: «La mia filosofia è come Tebe dalle cento porte: vi si può entrare da tutte le parti e a arrivare, attraverso ognuna, per via diretta fino al centro». Chiarisce una volta per tutte la questione proprio Sossio Giametta, il quale paragona Schopenhauer a una di quelle guide che, dopo averti mostrato l'architettura esterna di un edificio, ti fa penetrare all'interno e ti mostra ogni singolo anfratto. E perciò se l'aver messo in un unico volume i due trattati ha dato la stura a taluni per accuse di ripetitività e di mancanza di originalità, dall'altra proprio questa intuizione permette di desumere una certa sistematicità.

Ma di cosa si occupano questi saggi? Nel primo libro lo scopo è quello di negare il libero arbitrio. Ogni uomo con la sua specifica natura può fare ciò che più gli aggrada e perciò si ritiene libero, ma non può volere «se non quello che la combinazione dei motivi e del carattere gli impone». Secondo Schopenhauer, la libertà di volere o non volere quello che si vuole, non esiste. Tutto ciò che esiste e che è conoscibile nell'esperienza e attraverso i sensi è infatti dominato dalla necessità. Siamo avvolti da un'illusione che ci fa ritenere di essere liberi e poter fare o non fare certe cose, e invece: «Ognuno di noi ha una sua natura specifica, un certa costituzione e conformazione, una sua identità, e questa identità si chiama carattere. In ogni situazione data, il nostro comportamento scaturirà con necessità dall'azione dei motivi in combinazione col nostro carattere». In realtà, una simile osservazione non convince del tutto. Parrebbe che prima della decisione di poter fare o non fare qualcosa, nella mente di un individuo possano oscillare diverse possibilità «finché non diventa chiaro da quale parte stia il suo centro di gravità, dopo che si stabilizza da quella parte». Ma, dice il filosofo, la volontà dell'uomo è il suo Io autentico: «Egli stesso è come vuole, e vuole com'è». E fa l'esempio della cera e dell'argilla, che reagiscono in maniera diversa al calore. La prima si squaglia, l'altra si indurisce, e perciò: «dalla sola conoscenza del motivo non si può predire l'azione: a tal fine si deve anche conoscere esattamente il carattere». La nostra azione può quindi cambiare solo nel modo di esprimersi, in seguito all'esperienza e al perfezionamento della conoscenza: «Gli errori più ridicoli, le follie più strampalate della nostra gioventù non ci fanno vergognare in vecchiaia: perché queste sono cambiate, erano cose della conoscenza, noi ne siamo venuti via, le abbiamo smesse da un pezzo». Il carattere, dunque, sarebbe opera non di artificio o delle circostanze mutevoli della vita, ma della natura. E qui la questione si fa seria perché se si nega la libertà, si nega la responsabilità. Se, in fondo, non è poi colpa nostra delle empietà che accadono nel mondo, a qualcuno potrebbe venir in mente di attribuirle a Dio. Ma Schopenhauer si tira fuori dall'impasse accettando la coesistenza della libertà con la necessità. Noi abbiamo il sentimento della responsabilità. Siamo consapevoli che il carattere è uno e immutabile, e non può essere influenzato dalla mente, ma sappiamo anche che può esserlo nei modi di manifestarsi. Lì ci giochiamo la nostra autonomia

Il secondo trattato individua come fondamento dell'etica la rottura del principium individuationis che isola l'uomo nell'egoismo. E l'unico rimedio all'egoismo sarebbe la «compassione» perché i motivi morali sono tutti identificabili nell'altruismo, nel volgersi verso gli altri. Ma viene da chiedersi: può essere solo la compassione a fondamento dell'etica? Fu ed è ancora la bandiera dei seguaci di Cristo ma può esserla per i filosofi? Forse sì, se l'altruismo viene letto e indirizzato alla collettività. Se si apre a un contesto più ampio. La tensione morale risiede proprio in una tensione continua tra forze centrifughe (coloro che prendono e non danno, che distruggono e non creano) e forze centripete («la specie, fonte della vitalità, della forza e di ogni valore, è il confine interiore dell'uomo, quello che gli uomini chiamano e intendono normalmente per Dio») che si risolve a favore di quest'ultima.

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