Quella "tazzulella" di caffè è (quasi) la misura del mondo

Il mio caffè si lega a ricordi d'infanzia e adolescenza, all'odore intenso, inestricabilmente mischiato coll'altro acre odore di toscano, che sprigionavano la camera da letto e il bagno di mio nonno. Il caffè è, prima, il rumore della caffettiera; solo dopo, profumo. Si collega all'ansia di far presto e alla voglia di far piano di quelle piacevoli notti in cui si celebrava il rito - oggi sempre più degradato - dell'apertura della caccia.

Il primo caffè «alla turca» l'ho bevuto a Sofia, negli anni '90, all'epoca in cui facevano timidamente capolino sui muri della capitale le immagini di quel re Simeone - un re con sangue Savoia - che uno sparuto manipolo di nostalgici della monarchia avrebbe voluto reinsediare al trono dopo la caduta del regime. Ancora nessuno poteva immaginare che questo pallido uomo d'affari della city londinese sarebbe stato democraticamente eletto Primo ministro nella patria che lo aveva cacciato. Non conoscevo il caffè turco e, da provinciale, provai ad assaggiare col cucchiaino quei granuli densi e scuri che si depositano sul fondo della tazza. Fu una lezione di vita...

Oggi sono un caffeinomane bizzarro ed esigente. Due tazze di moka appena sveglio (più una tazza di tè) mi sono indispensabili per salutare il mondo. Dopo le sedici non posso più: pagherei l'abuso con tachicardia e insonnia.

Eppure, se sono all'estero e lontano dagli stress di lavoro posso consumare con gusto, ancora oltre la mezzanotte, un tazzone di quella forte brodaglia americana concentrato di caffeina. Tutto parte dalla testa... Ho sempre pensato che non dipenda dalla qualità della bevanda il fatto che io stia bene, anche subito dopo aver percepito l'odore del caffè servito su un qualsiasi volo internazionale, a conclusione di un pasto, di regola ugualmente pessimo...

Dopo l'ultima fatica a quattro mani di Andrea Cuomo e Anna Muzio, Mondo caffè (I libri de il Golosario, Cairo, prefazione di Luciano De Crescenzo, pagg. 320, euro 18), però, il tarlo del dubbio comincia a insinuarsi. Che è poi il lavoro dei buoni libri: porre domande, intaccare certezze, sfatare pregiudizi. Tutto ciò fanno gli autori, regalando al lettore un volume bello e pieno di immagini magnifiche (illustrazioni di Lisa Tuffanelli) e, soprattutto, una vera «bibbia» che, con impressionante bibliografia, racconta il mondo del caffè in tutte le sue sfaccettature e a tutte le latitudini. Il risultato è la prova che può esserci altissima qualità anche al di fuori dell'«espresso».

Grande merito del volume è quindi uscire dal provincialismo italiano per cui 'a tazzulella sarebbe la misura di tutto, senza misconoscere i meriti della tazzulella medesima. Insomma, il mondo del caffè, raccontato agli italiani, da italiani, proponendo una straordinaria carrellata di foto di piatti «caffeinizzati» opera di grandi chef e le schede dei più importanti «santuari del caffè» sparsi nel globo.

Ognuno ha le sue madeleine e il mio caffè profuma di libertà. Strano, visto che la pianta nasce dallo sputo di uno schiavo. Tremila anni fa, gli etiopi Bonga si scontrano coi nomadi Oromo, del misterioso regno di Kaffa, gran mangiatori di chicchi di caffè. I Bonga catturano i nemici e ne spediscono settemila l'anno in Etiopia, al mercato arabo degli schiavi di Harrar. Gli sventurati masticano tozzi e grossi chicchi di poco pregiato Robusta, il caffè delle giungle zairesi. Masticano e sputano e, dai loro sputi, spuntano alberi di caffè che, ancora oggi, ombreggiano le vecchie piste degli schiavi. Capita che, agli scadenti chicchi di Robusta, il clima e l'altitudine di Harrar facciano un effetto meraviglioso. In virtù di chissà quale legge filogenetica, cambiano forma e consistenza, diventano allungati ed eleganti, acquistano profumo, fragranza e deliziosa personalità. Nasce l'Harrar Longberry, il primo civilizzato chicco di Arabica, che si diffonderà nello Yemen e in tutto il mondo.

Per questo chicco muore Rimbaud. Nel 1873, a 19 anni ha scritto Una stagione all'inferno. Nel 1880 si è ritirato ad Harrar, a fare il mercante di caffè. Qui vive gli ultimi anni divorato da malattie veneree e problemi finanziari. Morirà nel 1891 in Francia, in preda al delirio e con una gamba amputata. La prima moderna tazza di caffè nasce intorno al Duecento nel porto di Al-Makka, conosciuto come Mocha. La sua diffusione coincide col periodo d'oro dell'islam. Ha pure una sorella malvagia, il qat. Droga abusata dagli yemeniti: li mantiene con la testa fra le nuvole.

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