Trieste e le sue donne come anime sempre divise

Marani racconta uno studente nella "Città celeste" e l'incontro con due sorelle di lingua slovena...

Trieste e le sue donne come anime sempre divise

Trieste e una donna, questo scrisse Umberto Saba. Trieste e due donne, questo ha scritto Diego Marani. Due ragazze slovene che lo scrittore ferrarese frequentò durante gli studi universitari nella città della bora, quaranta e passa anni fa. Forse bisognerebbe scrivere ragazze italiane di lingua slovena ma non ce la faccio, non ho ancora superato il patriottismo adolescenziale che mi portò a considerare di Trieste solo l'italianità, nient'altro che l'italianità. Marani invece, in La città celeste (La nave di Teseo, pagg. 208, euro 17), di questo sentimento parla col distacco riservato al passato remoto: «Arrivavo a Trieste ubriaco di irredentismo liceale, appreso sui libri di scuola nelle radiose giornate del maggio che aveva preceduto il mio esame di maturità attizzato da una gita scolastica a Redipuglia con esaltazioni dannunziane». Ed è facile da spiegare: lui se l'è fatta con due slovene, di quell'etnia che io, nei miei brevi ma ripetuti soggiorni triestini, non ho mai conosciuto. Un po' perché slovene non cercavo, e chi non cerca difficilmente trova. E molto perché davvero la Trieste slava è «un'altra Trieste, invisibile alla prima, una città dell'ombra, che si muoveva guardinga e schiva».

Marani spiega bene come «le anime di Trieste vivevano l'una accanto all'altra senza conoscersi, senza mescolarsi». Altro che melting pot, altro che integrazione! Questo romanzo autobiografico, questo romanzo di formazione, questo romanzo, diciamolo pure, sentimentale, ha valenze non locali bensì universali, e senza parere dice qualcosa che spande la sua validità da Trieste al mondo intero: le culture che credono in sé stesse non si mescolano. A mescolarsi e dunque a felicemente sciogliersi e svanire sono le culture già in via di decomposizione. Hai voglia a condividere lo stesso spazio: cultura non è sinonimo di geografia. A Trieste italiani e sloveni condividevano e condividono lo stesso suolo, lo stesso colore della pelle, lo stesso alfabeto, la stessa religione ma niente da fare, non si mescolavano e non si mescolano. E allora perché mai dovrebbero, come mai potrebbero farlo popolazioni con sembianze e divinità tanto diverse? Io che non sono triestino ma sono, lo si sarà capito, triestinofilo, ho cominciato a percepire il valore della presenza slovena solo quando ho cominciato a bere vini di aziende evidentemente non italofone, pur se situate nella Venezia Giulia: Cotar, Damijan, Fon, Kante, Lupinc, Zidarich... Marani si avvaleva di metodi diversi: «Alla libreria Italo Svevo comprai la mia prima grammatica slovena». Mentre lui studiava la lingua io studiavo il vino: la mia prima bottiglia slovena, comprata non ricordo in quale enoteca, fu senz'altro un Terrano. La saggezza popolare ricorda che val più la pratica della grammatica, e Marani di pratica ne ha fatta, con Vesna e soprattutto con Jasna: «Dopo pranzo mi raggiungeva in via San Nicolò. Ci chiudevamo in camera e facevamo l'amore a lungo, fino a spossarci, increduli di tanta resistenza». E io che in via San Nicolò ci sono andato per ammirare, al numero 30, l'insegna della libreria di Umberto Saba! Chiaramente Marani lo odio, lui Trieste se l'è goduta, io l'ho soltanto letta. Magari camminandoci: ma era come se stessi leggendo, e non è certo la stessa cosa. Le ragazze sono la chiave di tutto e chi non la possiede resta inchiodato alla mediocre condizione di turista, per quanto letterario. Marani sì che approfondiva: «Innamorandomi di Vesna avrei infine avuto la porta spalancata a quella città. Così prendeva forma in me l'amore della città attraverso la donna o viceversa». E dopo Vesna la sorella (la sorella!) Jasna: «Negli angoli bui ci fermavamo a baciarci. In quelle passeggiate sentivo che anche Trieste era infine mia, anche lei mi abbracciava e mi riconosceva».

Però tutto è vano e anche Marani con il suo gran darsi da fare rimase soltanto un ferrarese a Trieste. Per amore cercò di slavizzarsi, andò alla messa slovena, aprì un conto alla banca slovena, solo che la comunità, chiusissima, diffidente, gelosa, lo respinse. Infine capì: «Ognuno di noi esiste solo in una lingua. Ogni altra che frequenta è presa in prestito». Sono frasi che sembrano pronunciate da uno xenofobo come me e invece sono di un autore che, traggo dal risvolto perché personalmente non lo conosco, è direttore dell'Istituto italiano di cultura a Parigi e diplomatico in servizio all'Unione europea. Insomma un sovranazionale e superpoliglotta uomo di Bruxelles. E pertanto questo romanzo autobiografico (ma si può dire o è contraddizione in termini?) non è soltanto Trieste e due donne, è Trieste e due donne e un avvertimento: stranieri si nasce e si rimane e nessuna buona volontà può farci niente.

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