Un'orgia di violenza in salsa thailandese

Nicolas Winding Refn ha voluto battere il record del film più pulp. Critica divisa, il pubblico fischia

Un'orgia di violenza in salsa thailandese

Spilloni per i capelli con cui crocifiggere, bucare occhi, trapanare orecchi, spade con cui amputare mani, aprire ventri, decapitare, pugni e calci con cui massacrare l'avversario, pistole e fucili mitragliatori in mancanza di meglio... OnlyGod Forgives, il nuovo film di Nicolas Winding Refn, ieri in concorso, è un'orgia di sangue in salsa thailandese, a cui Ryan Gosling, nuovo sex symbol del cinema, presta un volto tumefatto, un'andatura lenta, uno sguardo fisso, e non più di quattro frasi di senso compiuto in un'ora e mezzo di storia. La critica fischia, il pubblico si divide, e resta l'impressione di un film dove c'è troppo di tutto: simbolo e allegoria, Oriente e Occidente, bene e male, premio e punizione. E violenza, naturalmente.
Ambientato in una Bangkok tutta luci al neon e interni rosso sangue, Only God Forgives, Solo Dio perdona, racconta la storia di una vendetta. Una madre (Kristin Scott Thomas) arriva dagli Stati Uniti per riportare in patria il cadavere del figlio più grande, Billy, il preferito. Lei traffica in droga, lui è stato ammazzato per aver massacrato una giovane prostituta. «Avrà avuto le sue ragioni», replica secca al figlio più giovane e succubo, Julian (Ryan Gosling), che le spiega che cosa è successo. Chang, uno strano poliziotto in pensione venerato dai suoi uomini, è il responsabile indiretto di quella morte, avendo consegnato l'assassino al padre della vittima per una giustizia sommaria, e avendo poi punito quest'ultimo, con il taglio della mano destra, per non averla saputa educare...
Bene, dice la donna, la pagheranno tutti e due, e me ne occuperò io, visto che tu non sei all'altezza e hai sempre odiato tuo fratello... Da quel momento in poi sarà una mattanza.
«Sono partito dall'idea di fare un film su un uomo che si voleva battere contro Dio - spiega il regista -. Poi la storia ha preso un'altra piega, nel senso che Chang è un poliziotto che si prende per Dio: amministra premi e punizioni, emette sentenze, è giudice e carnefice allo stesso tempo. Così Julian, che è un piccolo gangster con un irrisolto complesso edipico e in cerca di qualcosa in cui credere, finisce per trovarsi di fronte all'incarnazione di una divinità cui sottomettersi. In Chan c'è una specie di karma della giustizia. Se si compie il male, il male si ritorcerà su chi l'ha fatto e solo chi possiede quel karma speciale può punire e/o perdonare. In più, il film è una storia dei rapporti fra madre e figlio, un duello se vogliamo, un argomento classico da tragedia greca, ma avendo però Bangkok come scenario».
La presenza di Gosling aggiunge al tutto il tema della virilità, spiega sempre Refn. «Il suo personaggio è un uomo imprigionato dall'autorità materna, uno che non ha ancora tagliato il cordone ombelicale e che aspetta qualcuno che lo faccia per lui». Gosling è d'accordo. «È un film sull'impotenza maschile, per certi versi. Il mio Julian è uno che perde tutte le sfide, il suo mutismo è anche un modo di ritrarsi dal mondo». Una delle scene pulp del film lo vedrà infilare la mano nel grembo della madre morta squartata...
Quest'ultima è una via di mezzo fra Lady Macbeth e Donatella Versace, e Kristin Scott Thomas, quasi irriconoscibile, la incarna alla perfezione, con un linguaggio da scaricatore di porto. È il male nella sua esaltazione massima, così come Chan (Vithaya Pansringarm) è la sua nemesi, al suono del karaoke. I suoi uomini infatti adorano sentirlo cantare, la loro è una sorta di venerazione divina.
Al momento, Ryan Gosling è oggetto di vera e propria «goslingmania» e questo film contribuirà probabilmente a nutrirla, anche se, dal punto di vista della recitazione, non c'è alcuna differenza con il Drive che due anni fa lo lanciò: è vestito allo stesso modo, è muto allo stesso modo. Nel suo futuro, c'è il regista Terence Malick e l'esordio davanti alla macchina da presa.

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