"La vita di Adele", la pellicola che fa discutere

Un'opera particolare, che ha nella nudità del cuore la sua forza e nell'esposizione dei corpi il suo limite

"La vita di Adele", la pellicola che fa discutere

E' uscito in questi giorni al cinema il vincitore della Palma d'oro a Cannes, quel "La vita di Adele" tratto molto liberamente dalla graphic novel "Il blu è un colore caldo" di Julie Maroh, che racconta lo sfaccettato e cruciale passaggio dall’adolescenza all’età adulta attraverso una protagonista che si scopre predisposta all'omosessualità e vive un'importante storia d'amore. Il regista, Abdellatif Kechiche, costruisce un film che rifugge la concisione narrativa e trasuda vita vera grazie ad un realismo ipnotizzante.
Adele (Adele Exarchopoulos) ha quindici anni e frequenta un coetaneo molto carino, ma non è felice. Un giorno però le accade di incrociare lo sguardo di una ragazza dai capelli blu, Emma (Lea Seydoux); quell'istante folgorante ha da subito i connotati di uno spartiacque esistenziale tra un prima e un dopo. Adele ha il coraggio, l'istinto e l'ardore interiore di cogliere quel dono e privilegio e non si chiede a cosa porterà. Prende da quel sentimento tutto ciò che le serve per maturare e formarsi come individuo. Quando poi sperimenterà la separazione, imparerà la lezione più dolorosa, ossia che ci sono cose nella vita che non si superano davvero mai e alle quali si sopravvive soltanto. Quella tra la piccolo borghese Adele e la raffinata artista Emma non è solo una storia d'amore, ma l'incontro di due mondi distanti che confluiscono nel magma dell'intesa fisica e spirituale tra due persone.

Il film chiede allo spettatore una disponibilità totale, viscerale, perché annulla la sua distanza non solo dallo schermo ma dai corpi e dai volti dei protagonisti. Le lunghe scene fatte di primissimi piani ci inglobano quasi fisicamente in una vita che, pur nelle sue peculiarità, è comune a quella di tutti laddove è fatta di sorrisi, lacrime, piacere, dolore. Per tre ore si sta sospesi a pochi centimetri dalle labbra sempre dischiuse di Adele, anche quando mastica a bocca aperta o le cola il naso. Gioco forza entriamo davvero in intimità con questa ragazza che ci dice tutto anche quando tace, grazie alle microespressioni del volto colte in tempo reale dalla cinepresa, e scivoliamo nella sensazione di sentire attraverso i suoi sensi. Siamo ad un passo da lei anche nella storia d'amore che vive con Emma. Siamo lì quando i loro volti si toccano nel sole attraverso le labbra e viviamo l'espressione tangibile della loro passione nascente. Ma, a un certo punto, l'impostazione realistica del girato diventa di colpo da maggior pregio del film a suo peggior difetto, perché ci catapulta di fronte a ripetuti e lunghi amplessi saffici, visivamente espliciti come mai si era visto al cinema prima d'ora. Il regista ci mostra movimenti ora animaleschi, ora meccanici e compiuti in diverse posizioni, con cruda dovizia di dettagli anatomici. E' vero che, data la bellezza delle attrici coinvolte, questi grovigli corporei conservano qualcosa di statuario, ma rimane l'impressione di una spudoratezza visiva forzata. Che la carnalità sia l'elemento chiave della relazione tra Adele e Emma, si poteva evincere in altri modi. Il loro Nirvana nasce non solo dal sesso ma dalla capacità di godere l'istante presente con totalità, come quando si rapportano al cibo, all'arte, alla bellezza e, nella condivisione a due, dimenticano ogni altra cosa. Sarebbe un errore pensare di assistere a un film con tematiche omosessuali; in realtà a essere rappresentata è l'universalità di certe esperienze interiori che compongono il cammino amoroso. 
Si tratta di una pellicola discutibile per più motivi, ma è indubbio che abbia una sua forza nelle due meravigliose attrici che, più che interpretare un personaggio, generosamente lo diventano, con un'abnegazione che genera commosso sconcerto.

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