Il Coppi "vero" del Tour, secondo Mario Fossati

Un racconto da testimone diretto dell'epopea, senza concedere una sola riga alla stupida retorica

Il Coppi "vero" del Tour, secondo Mario Fossati

Di Fausto Coppi hanno scritto in tanti, pure troppi. Hanno scritto soprattutto quelli che non l'hanno visto, che sono arrivati dopo, che hanno sentito dire. Cataste di libri che riempiono gli scaffali, rendendo però molto difficile la scelta del volume davvero prezioso, davvero importante.
Nel 1977, un grandissimo del giornalismo sportivo, Mario Fossati, ne scrisse uno con tutto il talento che aveva di suo e con tutta la sincerità del testimone diretto. Pochi come lui hanno vissuto davvero in prima persona, per un lungo tempo, l'epopea del mito Fausto. Fossati è - era, perchè putroppo morto pochi mesi fa - un autentico biografo del Campionissimo. Il più vicino, il più titolato. Il meno melenso.
Il libro del '77, incentrato sul racconto in diretta del Tour 1952, quando Fossati era giovane inviato della "Gazzetta", è l'unico scritto dallo stesso Fossati: questo per dire anche quanti pudori governassero il suo smisurato talento da purosangue.
Con decisione illuminata e controcorrente - contro questa corrente editoriale sempre più commerciale e sempre meno scelta - "il Saggiatore" ha deciso di ripubblicare quel magnifico racconto in un'edizione moderna, eppure fedelissima ("Coppi", il Saggiatore, 142 pagine, 14 euro).
Vi si ritrovano i momenti di un trionfo che ha fatto epoca, di una vittoria totale e indimenticabile, costruita sull'Alpe d'Huez, a cronometro, e poi sui Pirenei, dominando in lungo e in largo anche grazie alla collaborazione prestigiosa di gregari molto particolari come Bartali e Magni, capaci di mettere da parte la feroce rivalità per la causa comune della maglia azzurra (allora si correva il Tour per nazionali). Si ritrovano pagina dopo pagina i momenti dell'apoteosi, ma anche i momenti difficili della forature e delle cadute, delle ansie e dei dubbi. Tutte le sere, sceso conciatissimo dalla motocicletta che lo teneva chilometro dopo chilometro dentro la corsa, Fossati si chiudeve in un angolo dell'albergo che ospitava l'Italia e cominciava a dettare il suo racconto, come in una sceneggiatura cinematografica.
Il risultato di quel suo viaggio, a distanza di tanti anni, è lì da godere. Senza mai cadere nella stupida retorica, virus che ha afflitto molti cantori dell'epoca, Fossati ci spadella ancora oggi una pietanza sublime, tutta da gustare. Buona per chi ormai naviga sull'onda dei ricordi lontani, ma anche per chi, oggi fortunatamente giovane, voglia cullarsi un poco sull'onda della bella scrittura.

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