E Mikaela entra nel club delle più brave di sempre

Vincendo il Super G, la Shiffrin ha raggiunto le 6 grandi che hanno trionfato in tutte le specialità

E Mikaela entra nel club delle più brave di sempre

Ad ogni record, un sorriso. Di Mikaela Shiffrin si dice che vinca tutto e gioisca poco, ma chi la conosce sa che lei è una supernova: stella, giovanissima del Circo bianco, ma soprattutto un'esplosione di energia quasi nascosta, che però, come quelli grandi per davvero, non ti mette mai a disagio. Se non al traguardo, s'intende. Come potresti diversamente anche solo avvicinarti a una che, a 23 anni, ha già compilato copiosamente gli annali del mito dello sci, con due coppe generali e sei di slalom, due ori ed un argento olimpici, tre vittorie ed un argento iridato, oltre a 46 vittorie e 20 podi sulle 138 gare disputate in Coppa. Lo scorso fine settimana ha inciso, quasi carvato, un'altra tacca del pantheon del circo Bianco: vincendo il suo primo superg in carriera è entrata nel club delle happy few - quelle come Petra Kronberger, Pernilla Wiberg, Anja Paerson, Janica Kostelic, Lindsey Vonn e Tina Maze - in grado di vincere nelle cinque discipline dell'alpino. E lo ha fatto a modo suo, portando all'esame una materia in più, quel format variabile dei paralleli che, una volta abolita in futuro la combinata, renderà la sua impresa ineguagliabile. Inclassificabile. Per eccesso. La migliore. Per abnegazione. C'è chi dice che si alleni pure troppo, ma quando il destino ti dà buone carte e ottimi piedi sarebbe un peccato sprecarli. A 15 anni prima volta in Coppa, a 17 la prima vittoria in Svezia quasi in sordina, poco dopo la seconda: solo quella notte a Zagabria la corona che le ballava sulla testa, lo champagne che non si apriva - sembrò quasi spaurita davanti alla selva di tv arrivate da ogni dove. A 18 è il più giovane oro olimpico. A 20 vince una gara con 307, il più grande distacco mai registrato in Coppa.

A 22 vince la prima Coppa generale, a 23 la seconda, con record di punti e di vittorie in una singola stagione. «Anche da piccola amavo essere la più giovane sul podio, tutto qui; gli altri record, non li ho cercati», si schernisce lei. Non è una macchina: vero è che il suo destino è stato in parte accelerato dai sogni di una famiglia - mamma Eileen, atleta master in primis -, che voleva una campionessa. Ma chi di noi non è un poco il prodotto di ciò che i genitori non hanno pensato per noi? Americana, tanto da confessare che anche nella sua dieta bagels al formaggio e cioccolato si trovano sempre, studia il tedesco perché sa che è la lingua madre dello sci, ama in francese il collega Mathieu Faivre, ma è grata all'Italia che la sostiene con la pasta più famosa al mondo: «Barilla ha creduto in me quando non ero nessuno. Firmammo in auto il contratto guidando verso Lienz dove feci il primo podio nel 2011». Lei per tutta risposta dice di aver imparato almeno a controllare l'acqua che bolle. Se conosce la parola sconfitta? Non è quel quarto posto in slalom a PyeongChang 2018: «È, semmai, non riuscire a concentrarmi, come mi è capito prima delle scorse Olimpiadi». Oppure ricevere insulti sui social per aver vinto solo due ori ai Giochi: «Non ho pensato che fossero cattivi, ma che semplicemente non conoscessero lo sci e che quindi non era affare mio». Tirar dritto sempre, una rossa, una blu, verso la leggenda.

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