«Fermate questa mattanza» Ma... The show must go on

«Fermate questa mattanza» Ma... The show must go on

Fumi di salsicciate, afrori di benzine strane, schiume di lambrusco, ragazze scosciate e tanto rumore. Quando Imola era Imola, l'autodromo non era altro che il santuario pagano di un'assorta messa profana. Quella volta ne celebrammo una che valse per tutte, l'unica così assurda, l'unica davvero indimenticabile.
Si apre di venerdì, il 29 aprile. Alle 13,16 un giovane purosangue brasiliano, 22 anni e tanto estro alla guida, finisce sulla sua Jordan a 240 orari contro il muro. È Rubens Barrichello, un Barrichello che sogna di diventare il nuovo Senna. Venti minuti di pausa, venti minuti di silenzio, venti eterni minuti di terrore collettivo, nell'attesa di conoscere l'entità dei danni. I primi soccorsi in pista, poi via con l'ambulanza al piccolo ospedale dell'autodromo, infine l'elicottero che si leva verso Bologna. Per fortuna, si diffondono subito flash rassicuranti: naso rotto, trauma commotivo, stato di choc, ma Barrichello non rischia. È lo stesso Senna, amico del giovane talento, a riportare un po' di calma: dopo essersi recato sul posto dell'incidente, il campione scioglie la tensione generale: «Mi hanno detto che Rubens vorrebbe addirittura correre domenica, ma chiaramente glielo impediranno». Poi si fa scuro e triste, riassumendo quella sua eterna espressione malinconica e assorta, come impegnato sempre in altri luoghi e in altri pensieri: «Poteva finire male. Purtroppo questo è un anno davvero difficile…». È un anno che Ayrton ha già battezzato in apertura, commentando i nuovi regolamenti: «Togliere l'elettronica è un grave errore: le macchine sono più veloci, ma anche molto difficili da guidare. Sarà una stagione con molti incidenti: solo se avremo fortuna non succederà niente».
Barrichello si gode la sua fortuna, ma la baraonda deve ripartire. Anche se l'inquietudine ha cominciato ad infiltrarsi, lo dicono immediatamente, lo dicono tutti senza la minima titubanza: the show must go on. Il precario silenzio va in frantumi, subito ripartono i motori, subito si diffonde quell'assordante rumore di meccanica e tecnologia, colonna sonora di una festa doverosamente esagerata: ancora non sappiamo, noi che siamo lì, centomila e anche più, quanto esagerata, oltre l'immaginabile.
Il sabato, alle 13,43. Come se un direttore d'orchestra ordinasse perentoriamente ai suonatori di pietrificarsi, esplode di nuovo il silenzio. Un austriaco di 31 anni, che paga per correre sulla Simtek, giace in mezzo alla pista dopo essere finito dritto alla curva Villeneuve. Si chiama Roland Ratzenberger. Subito si intuisce che stavolta la fortuna, invocata da Senna a inizio stagione, così generosa con Barrichello, ha già tagliato la corda. La corsa in ambulanza verso il centro di soccorso, poi quell'elicottero che si leva di nuovo in volo verso Bologna, ma questa volta nella certezza che si tratti più o meno di una messinscena. È ancora Ayrton, il leader del circo, a chiarire la situazione, dopo il nuovo pellegrinaggio sul luogo dell'incidente: «Un incidente terribile. Purtroppo mi hanno detto che è morto».
Dunque a Imola c'è pure la morte, c'è pure lo choc, c'è pure la paura. Ma in cabina di regia non hanno dubbi, proprio non ne hanno: the show must go on. L'hanno sentita da qualche parte, questa filosofia che giustifica tutto e tutti, qui la ripetono come un mantra catartico e risolutore. Si riaccendono i motori, riparte quel rumore, quell'assordante rumore, quel penetrante rumore con quella partitura ferale…
Senna è scosso. Senna è teso. Senna è preoccupato. Lo scrivono i giornali di tutto il mondo. La mamma della fidanzata racconta che sua figlia le ha parlato di una vigilia molto brutta. Ayrton comincia a chiedersi se tutto questo abbia un senso. Ma the show must go on, Imola non può deludere, Imola non può fallire. Il gran premio va corso, costi quel che costi.
Pronti via ed è subito caos, ed è subito incubo. Letho sulla Benetton resta inchiodato al via, da dietro qualcuno riesce ad evitarlo, ma non Lamy sulla Lotus. Uno schianto terrificante, pezzi che volano ovunque. I due piloti restano illesi, ma stavolta il pericolo si trasferisce a bordo pista, direttamente tra il pubblico. Come potrei dimenticare: mi precipito al di là del rettilineo, attraverso il sottopassaggio. Scene da attentato terroristico. Gente insanguinata, gente terrorizzata, gente che chiede aiuto. Una ruota con un pezzo di metallo a forma di lancia, raccontano, è passata venti centimetri sopra le testa di un ragazzo disabile sulla carrozzella. «Basta, fermate questa mattanza», urlano alcuni tifosi: arrivati lì per l'happening, per la messa profana, si ritrovano al centro di una tre giorni macabra. Non ci sono morti, qui, adesso: solo parecchi feriti. Ma è chiaro, non è più festa, non è più sport. E loro, i registi nella stanza dei bottoni? Ineffabili: the show must go on. Cinque giri di safety car è il massimo che possono concedere allo sgomento generale. Poi via, di nuovo motori a tutta, di nuovo quel rumore apocalittico, quel rumore che trapana i sentimenti scossi di famiglie e bambini. Sette giri, sette giri appena: poi Senna si schianta al Tamburello. Ma non basta neppure lui: ambulanza, elicottero verso Bologna, notizie frammentarie per portare a termine comunque, in qualche modo, ad ogni costo, lo show. Al 44° giro Alboreto perde una ruota, il proiettile centra in pieno tre meccanici Ferrari e un tecnico Lotus. Ormai Imola è fuori controllo. Non c'è più un essere umano, lì dentro, che sappia cosa significhi la serenità. Ma loro, lassù, dove si decide, non hanno dubbi: the show must go on. Motori a tutta, e quel rumore, quel rumore più forte del lutto, più forte dell'angoscia, più forte di tutto.
Finiremo ad aspettare notizie in una corsia dell'ospedale di Bologna. Verso sera, ci diranno con poche parole mediche: alle 18,40 Ayrton Senna ha cessato di vivere. Lui, che aveva previsto un'annata ad alto rischio. Lui, che era partito nel gran premio di Imola tra dubbi e titubanze, proprio gli unici accessori che un pilota non può mai montare sulla propria macchina.
Qualche tempo più avanti, Lucio Dalla gli dedica una canzone, struggente e malinconica. Parla di un mito che continua la corsa su un'altra strada, in un altro modo. Vent'anni dopo, non costa niente immaginare, sognare, credere che adesso se la stiano cantando insieme, in un posto o l'altro, spiegandosi qualche perché.

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