Giocare o non giocare? È un'Inter bifronte

Il club a favore nelle sedi istituzionali, ma il silenzio dei vertici "dice" il contrario

Giocare o non giocare? È un'Inter bifronte

Di mezzo c'è la salute. E poi tanti soldi, ma di quelli nessuno vuole parlare perché a farlo ci si sporca (almeno così pare). L'Inter vuole davvero ricominciare il campionato o lo farà solo se costretta, trascinata da quelli che sono da mesi in prima fila? Ufficialmente, il club è allineato alla posizione della Lega Calcio che ha chiesto all'unanimità la ripresa, in sicurezza.

Non sfugge però come né il management né tantomeno la proprietà non si siano mai pubblicamente espressi per la ripartenza, come in maniera più o meno decisa ha fatto invece la maggioranza degli altri club, non solo gli estremisti della prima ora Lotito e AdL, ma anche i moderati Agnelli e Scaroni. Dall'Inter, niente. Le ultime parole di Zhang jr sono «vergognati pagliaccio» destinate al presidente Dal Pino, oltre due mesi fa. Poi ci furono Juventus-Inter, la sconfitta, l'interruzione, il lockdown dell'Italia, quasi 30 mila morti e da questa settimana la lenta e laboriosa ripartenza.

Parecchie squadre già lavorano nei rispettivi centri sportivi: allenamenti individuali e soprattutto facoltativi (e qui tornano i soldi, quelli di cui il calcio ha paura di parlare). L'Inter non ancora. Lo farà forse domani pomeriggio o forse sabato, perché così hanno voluto tutti, calciatori, staff tecnico e sanitario, in pratica la stessa società: prima l'esito dei test, poi riapre la Pinetina. Fare i test non è stato semplice, anche perché l'Inter ha ovviamente dovuto rispettare le norme che al momento in Lombardia prevedono che i tamponi si possono fare solo in ospedale (ai malati) o in pronto soccorso. I tamponi per i giocatori e il resto della squadra non sono stati perciò sottratti ai cittadini, ma recuperati sulla base del decreto ministeriale e del protocollo per la ripresa. I tempi si sono allungati, i test non sono ancora finiti, gli ultimi risultati arriveranno solo domani mattina. Poi il via libera per allenamenti individuali sui 5 campi del centro sportivo nerazzurro, in gruppi di massimo 8 giocatori, Niente spogliatoi, ma docce nelle rispettive camere. Niente pranzo in comune (obbligatorio nella gestione Conte), ma finito il lavoro, tutti a casa.

Adesso parliamo anche di soldi. La Serie A vuole ricominciare a lavorare come qualunque altra azienda. Non sia visto come uno scandalo. A fine marzo, la Juventus annunciò l'accordo raggiunto con i calciatori per il taglio degli stipendi, atto strategico indispensabile per tranquillizzare la Borsa e mettere in sicurezza il bilancio 2020. A ruota, l'Inter annunciò il nulla in pompa magna, ovvero la disponibilità della squadra al taglio degl'ingaggi. Pochi giorni dopo, un altro annuncio, stavolta della Lega Calcio: 2 mensilità in meno se si riparte, 4 se il pallone non riprende a rotolare. L'Aic insorse: proposta irricevibile.

I nodi stanno venendo al pettine, non solo all'Inter. Il problema è di tutti (in Serie A, 5 squadre non pagano gli stipendi da febbraio). E allora la riapertura degli centri sportivi diventa un'opportunità per i calciatori, che hanno la facoltà di andarci o meno, nessuno li ha convocati e perciò nessuno è obbligato a pagarli. Di mezzo c'è la salute, ma anche i soldi. Si tratta.

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