Immagini disgustose, la rissa dopo le continue provocazioni, calci, insulti, pugni, mani al collo, lo spettacolo sventurato degli argentini a fine partita.
Soltanto i telecronisti Rai, non ha voluto segnalare il comportamento scorretto della nazionale ex campione del mondo, anzi hanno narrato dei calciatori che si erano piazzati sotto la curva dei loro tifosi per ringraziarli dell'affetto. Nulla di tutto questo, Messi e compagni, dopo aver ricevuto le medaglie di argento, se ne erano andati dall'area della premiazione decidendo di voltare le spalle agli spagnoli per tutta la cerimonia finale, un atto di disprezzo, un senso arrogante di superiorità, il rifiuto della sconfitta, manifesta, giusta. L'Argentina entra nell'almanacco dei Mondiali per il record di espulsi in una finale: Monzon e Dezotti nella notte romana di Italia'90, contro la Germania, due, Enzo Fernandez e Paredes, nella zuffa di New York contro la Spagna, segni caratteristici di un modo di intendere il calcio come un agguato, basti ricordare la finale di ritorno nel 1969 tra Estudiantes e Milan, l'aggressione a Combin, il clima violento e, quattro anni prima la sassaiola contro i calciatori dell'Inter nella finale, sempre di ritorno, all'Avellaneda contro l'Independiente, memorie analoghe alle cronache di questo mondiale. È singolare che gli argentini si comportino in modo opposto nel rugby là dove la matrice e lo spirito del gioco restano british, dunque la prevalenza dell'impegno agonistico e della correttezza nei confronti delle regole e degli avversari.
Il football è, invece, il barrio bajo, il quartiere periferico e pericoloso dove la legge può essere violata, per dimostrare la propria forza. Al mondiale, stavolta, non è andata come qualcuno pensava, sognava e spingeva. Forse Infantino e la sua orchestra?
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