Non fa gol, canestro da tre punti e nemmeno un ace all’incrocio delle righe, ma il calendario è ormai grande protagonista di molti sport. Il tennis ha toccato l’apice degli infortuni negli ultimi dodici mesi: la rottura del tendine d’Achille di Rune un anno fa, il polso di Alcaraz e ora il ginocchio di Sinner. Nel calcio il dibattito nasce ancora più da lontano e Sarri è sempre stato in prima linea. Non sorprende, dunque, il suo sfogo giovedì sera dopo l’infortunio di Raspadori nel match di Conference: «Il calendario è folle, ci vorrebbe un esposto a Lega, Fifa e Uefa. Mi sorprende che l’associazione calciatori non dica nulla». Parole mal digerite dalla stessa AIC, che ha risposto ieri mattina al tecnico: «Dispiace che ci tiri in ballo in questi termini. La tutela
dei giocatori rappresenta da sempre una delle nostre priorità». Ma alla fine, a rimetterci sono gli stessi interpreti: Kean che torna a Como acciaccato con tanto di botta e risposta sulle responsabilità tra Fabregas e lo staff medico della Nazionale, Lautaro e Konè che vanno ko in Champions, Saelemaekers costretto all’intervento chirurgico e out a lungo.
Nel mondo Nba la questione è accesissima ormai da anni: le stagioni regolari da 82 partite sono troppo logoranti a detta di molti. E anche l’Eurolega, con le squadre spesso chiamate al doppio turno inserito tra una gara di campionato e l’altra, sta diventando un tour de force. Il risultato è inevitabile. Cresce il numero degli infortuni, ne risente il bel gioco.
La coperta, insomma, da un lato o dall’altro, finisce per accorciarsi.
Il primo a promuovere una soluzione concreta a questo problema è stato il presidente dell’Atp, Andrea Gaudenzi, con una proposta in ottica 2028. «Vogliamo cambiare il sistema dei punteggi, aumentando il divario tra tornei minori e maggiori. Così i giocatori sarebbero incentivati a giocare meno e il rischio infortuni si ridurrebbe di conseguenza». Chissà che questo tentativo non possa smuovere qualcosa anche in altre leghe e società, un po’ tipo effetto domino.
