"Il mio record a rischio Hirscher e la Shiffrin passeranno quota 100"

"La Vonn ha fatto bene a fermarsi: la salute vale più di un primato. E oggi c'è troppo stress"

Åre Per chi come me ha vissuto la carriera agonistica ai suoi tempi, Ingemar Stenmark non è solo una leggenda sportiva. E' molto di più, è un uomo attorno al quale aleggia un'aurea magica, che fa sentire piccoli al suo cospetto, anche se lui è tutt'altro che imponente e non ha mai fatto nulla per farsi notare. Incontrarlo è un'emozione oggi come allora, quando si faceva il tifo per lui anche se batteva i compagni di squadra, quando lo si prendeva ad esempio sapendo che mai, nemmeno per mezza curva, si sarebbe potuta avvicinare la sua perfezione tecnica, quel tocco sulla neve che lo rendeva quasi imbattibile, in slalom e in gigante. Prendetevi la briga di andare a guardare le statistiche per ammirare la sua striscia di risultati in coppa del mondo dal febbraio 1979 al febbraio 1981: su 36 gare, 29 vittorie e 6 podi, in mezzo due ori olimpici nel febbraio 1980. Ma perché guardare al passato? Chiaro, è grazie a quello se Ingemar ora è qui, attorniato anzi quasi sepolto da decine di telecamere, microfoni, taccuini e telefonini, ma a interessare è il suo pensiero del presente, la sua vita quasi sparita dai radar per la sua ferrea volontà di non far parlare di sé. Ma stavolta non può scamparla, lo sa, è arrivato ad Åre domenica per l'ultima gara della Vonn e seguirà il Mondiale fino a venerdì. Paziente, si sottomette all'assalto, dopo aver riconosciuto - e abbracciato - l'unica fra tanti che c'era ieri e c'è ancora oggi, io.

Ingemar, si è tanto parlato negli ultimi anni del tuo famoso record di 86 vittorie che Lindsey Vonn è riuscita ad avvicinare, ma non a battere. C'è qualcuno che lo potrà fare in futuro?

«Certamente, sia Hirscher che la Shiffrin vinceranno di più, non so dire chi per primo mi batterà, ma sono quasi certo che l'americana supererà le 100 vittorie».

Lindsey Vonn ha fatto bene a fermarsi?

«Ha fatto bene ad ascoltare il suo corpo che non ce la faceva più, la salute è molto più importante di un record».

E tu come stai?

«Molto bene, grazie! Ho solo un po' di mal di schiena e per questo non scio più tanto, non almeno in discesa, mentre faccio parecchio sci di fondo».

Come passi la tua vita?

«Con la mia famiglia, ho una figlia piccola e amo stare con lei, fare sport assieme».

Come vedi e come vivi lo sci di oggi?

«Guardo tutte le gare che posso in televisione. Vedo che sciare oggi è molto più facile che ai miei tempi, quando scendevamo con sci lunghi due metri e dieci, senza sciancratura. Si va più veloci, è vero, e si rischia di più, ma trent'anni fa girare gli sci era una vera impresa. Penso però che non abbia senso fare un paragone fra gare e campioni di diverse epoche, per vincere in ogni caso servono sempre le stesse qualità: fisico, mente e tecnica».

E Marcel Hirscher cos'ha di speciale?

«Queste tre cose messe assieme, al massimo grado».

A vederti così calmo, così quieto, non fai pensare all'atleta cannibale.

«Sembro calmo fuori, ma dentro ho sempre avuto una carica agonistica molto forte, perdere mi dava fastidio, come a tutti credo».

Quali erano le tue grandi qualità, come facevi a vincere tanto?

«Sentivo la neve, avevo la capacità di adattarmi ad ogni condizione e situazione, sì, come si dice avevo piedi buoni che facevano la differenza».

Hai vinto 86 gare, ma solo tre coppe del mondo generali, perché nel 1979, quando eri praticamente imbattibile, fecero dei regolamenti contro di te.

«E' una cosa a cui ho pensato spesso, chiedendomi perché allora dava fastidio che uno svedese vincesse tanto. Perché non hanno fatto regolamenti contro Hirscher che sta per vincere la sua ottava coppa consecutiva? Ma non ce l'ho con lui, anzi, è fra i miei preferiti assieme alla Shiffrin e alla figlia di questa signora (mi mette la mano sulla spalla) Sì, sto parlando di Federica Brignone, mi piace come scia».

Trent'anni fa, il 19 febbraio 1989, hai vinto la tua ultima gara, il gigante di Aspen, un mese prima di ritirarti. Cosa ti manca di quei tempi?

«Niente. Solo per un anno mi è mancata l'adrenalina della competizione, poi basta».

Perché non ti sei quasi mai più fatto vedere a un parterre di coppa?

«Perché se avessi un ruolo definito, come te ad esempio che fai la giornalista, lo farei volentieri, ma per fare da spettatore lì ritto come un paletto in fondo alla pista allora preferisco seguire le gare da casa comodo davanti alla tv!».

Non pensi che gli atleti di oggi siano troppo sotto pressione?

«Lo penso eccome, ho visto che il giorno della gara devono fare interviste prima e dopo la prima manche, prima e dopo la seconda, poi la conferenza, il podio, la premiazione, l'estrazione pettorali pubblica no troppo davvero, non hanno tempo per se stessi. Io non l'avrei sopportato».

E come sopporti l'assalto che stai subendo?

«Per un'ora un giorno ogni tanto ci sta, ma di più no, grazie!».

Commenti

greg

Mer, 13/02/2019 - 10:19

Grande, grandissimo campione. Che ha sempre sciato più con la testa che con gli sci. La nostra squadra, quella che aveva creato "Paletta" (Alberto Marchi di Modena), lo scopritore di Tomba, seguivamo tutte le gare di Coppa del Mondo, allora esisteva la famosa "Valanga Azzurra", Thoeni, Gross, Plank, Stricker, Schmalzl, Pietrogiovanna, Radici, Caudia Giordani, l'allenatore Mario Cotelli. Certo, quando vinceva lui invece di uno dei nostro, Thoeni in particolare, schiumavamo rabbia, ma onore ad uno dei più grandi sciatori mai esistiti. Forse l'unico che avrebbe potuto batterlo era Toni Sailer