Il nonno della Dakar che fa tutto da solo: "Moto, dune e attrezzi"

Icona del motociclismo, a 65 anni ne ha corse 29, due volte secondo: "Il segreto? La rispetto"

Ha'il (Arabia Saudita). «Vai piano e torna a casa sano e salvo». Marzia ha salutato così Franco Picco la mattina del 26 dicembre quando assieme ai piloti italiani si è messo in viaggio verso Gedda. Ventisei Dakar corse in moto, auto, quad e in assistenza dal Sahara agli sterrati in Sud America, ai canyon e le distese infinite del deserto saudita, Franco Picco, 65 anni, è la dimostrazione che la carta identità a volte è solo un numero. Un carro armato di tenacia e determinazione, Picco si aggira a metà classifica al 50°, (45° il suo miglior piazzamento quest'anno). Per lui è normale, per molti al bivacco è una leggenda.

Nell'85 salì sul podio al debutto con Yamaha. Sono seguite tante vittorie nei raid più importanti, cosa la spinge a mettersi ancora in gioco?

«Mia moglie Marzia preferirebbe forse che restassi a casa, ma per me c'è sempre una buona scusa per correre la Dakar. Quest'anno è la mia 29ª, contando anche tre Africa Eco Race. Io non sono un nostalgico di quando si correva in Africa perché la tecnologia è cambiata e gli organizzatori stanno facendo un ottimo lavoro. La Dakar resta una gara tosta, che richiede rispetto, ma che conosco bene. A quest'età non mi cimenterei nella velocità o nel motocross».

Ma vale la pena prendere così tanti rischi?

«È una questione di testa e di fisico. Il passo è molto elevato, ma nei primi giorni mi sentivo in forma. Ieri, per la prima volta, la moto andava di più di me e a metà di questa lunga tappa di dune (377 km di prova cronometrata) le gambe non mi reggevano e ho dovuto mollare un po' il gas».

Come si è allenato per affrontare oltre 7mila chilometri in 12 giorni?

«Con la scusa che mio figlio Tommaso si è messo ad andare in moto, mi sono allenato con lui nella pista di motocross di Montagnana vicino a Vicenza. Ho fatto tanta moto ma poca bici e in questi giorni sento che mi manca un po' di allenamento. Causa pandemia sono saltate anche le gare, così come i viaggi in moto in Oman che faccio ormai da anni».

In gara nella classe più dura, la malle moto, senza assistenza, la sera dopo 700 km deve pure sistemarla.

«Sono sempre stato un appassionato di meccanica, per cui questo non mi pesa. Al bivacco c'è un bel clima, facciamo gruppo con gli italiani».

Che gara ha trovato in Arabia?

«Sarà che sono sempre più vecchio, ma la corsa mi sembra bella impegnativa. La navigazione è più complicata perché c'è troppa tecnologia, le moto vanno fortissime e c'è troppa battaglia. Siamo partiti 9 italiani in moto, ma la metà si sono ritirati. Devo fare i complimenti agli organizzatori perché è stato un miracolo partire con tutte le problematiche legate al Covid».

Non teme di far invidia agli italiani prigionieri in casa mentre lei sfida il deserto?

«Sicuramente, ma anche per noi non è stata una passeggiata arrivare qui. Abbiamo fatto un tampone in Italia prima di partire, 48 ore di quarantena, un secondo tampone e ancora un giorno di quarantena. Per me sono stati altri quattro giorni in totale perché il risultato non arrivava e iniziavo a preoccuparmi».

Le piacerebbe correre la prossima Dakar con suo figlio?

«Io tornerò, ma se non me lo chiede Tommaso, non sarò certo io a proporlo perché è troppo rischioso. Io sono tranquillo perché conosco la corsa e so come stare nei limiti, ma per un novizio è una gara pericolosa».

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