Pato, Boateng, Robinho quelli che... hanno tradito

Il trio doveva sostenere la squadra dopo l'uscita di Ibra, Thiago e dei senatori Il Boa si crede una stella e un trequartista. Motivi di comportamento per Binho

Pato, Boateng, Robinho quelli che... hanno tradito

Il Milan è tenuto in piedi da due pilastri. Sono Montolivo, nei panni di leader, mai visto così autorevole e autoritario (è andato anche da Pato a chiedergli che gli lasciasse tirare il rigore domenica), e il ragazzino con la cresta e il gol facile, El Shaarawy. Due pilastri per tenere in piedi tutta l'impalcatura del Milan non sono sufficienti: e infatti le crepe alle pareti e i primi allarmanti scricchiolii ne sono una conferma palese. Due, più il contributo, generoso di qualche senatore (Ambrosini, Bonera), rischiano di essere travolti. Perciò adesso che il tecnico Allegri è stato tolto dalla graticola, e i fari sono stati puntati sullo spogliatoio, è con il gruppo squadra che bisognerà fare i conti per tirare fuori il Milan dai guai. Lo ha capito Galliani da tempo (perciò suonò la ritirata nella settimana precedente), lo ha capito anche Silvio Berlusconi che si presenterà venerdì a Milanello per ricaricare le pile a un gruppo che ha sofferto di rassegnazione e ora accusa crisi di panico appena incrocia qualche difficoltà.

A leggere il bollettino meteorologico di Milanello, i tre finiti sul banco degli accusati sono gli stessi su cui club e tecnico avevano puntato per rilanciare il credito smarrito dopo la partenza di Ibra, Thiago e i molti senatori. Pato, Robinho e Boateng rappresentano la delusione e il deficit dichiarato di questi primi mesi della stagione rossonera. Per motivi diversi. In parte fisici. Pato è appena rientrato dopo una interminabile catena di infortuni muscolari, Robinho si è visto a fine agosto, poi è sparito dalla circolazione, ha avuto una ricaduta in allenamento e nel frattempo ha messo qualche chilo di troppo sull'esile struttura. In parte i motivi sono comportamentali e tecnici. Boateng ha avuto un infortunio alla mano ma il contrattempo non può giustificare la striscia di inquietanti prestazioni. É una questione di testa. Si è preso la maglia numero 10 che fu di Seedorf e addirittura di Rivera nel passato e si è convinto, da solo, di essere diventato una stella del Milan di questi tempi. Senza più far ricorso all'umiltà, alla cattiveria che avevano scandito i suoi primi mesi di attività. Sempre da solo, Boateng ha deciso (e ripetuto nelle interviste a settimanali patinati) di essere tre-quartista e non centro-campista e in quel ruolo ha fatto poco, anzi niente, diventando una zavorra invece che una risorsa.

Adesso lo hanno capito tutti. «Siamo tornati al punto di partenza» lo sfogo di Emanuelson, richiamato dall'Olanda per l'amichevole con la Germania. Perchè? «Tre o quattro giocano sempre, gli altri cambiano» l'opinione dell'olandesino. Dietro il deficit dei tre protagonisti che stanno rendendo da comprimari, ci sono anche gli altri flop, non meno importanti. Che chiamano in causa Mexes (tradì la causa l'anno prima a Barcellona e con la Fiorentina in casa), Traorè, una meteora, candidato d'ufficio per il bidone d'oro 2012-2013, ma anche il portiere Abbiati e il suo vice Amelia, ciascuno per proprio conto ha avuto una resa insufficiente. Inutile puntare sul mercato di gennaio, senza illudere la platea dei tifosi. Quel ricorso è possibile a due condizioni: che la squadra conquisti il passaggio agli ottavi di Champions, che venga ceduta un po' di zavorra del gruppo (Traorè stesso, Mesbah etc:).

Pato ha rotto ieri l'assedio ed è uscito, petto in fuori, allo scoperto con una intervista a Milan-channel. Ha smentito di essere stato assalito dai tifosi a fine partita, ha garantito di essere pronto a tirare ancora un rigore («non ne ho sbagliato neanche uno il giorno prima») e negato di aver paura di farsi ancora male.

«Ho avuto paura solo a 10 anni quando ho rischiato di perdere il braccio per un tumore» l'orgogliosa reazione. Ha elogiato Montella e la curva sud, ha difeso Robinho e garantito sul suo stato di salute. «Sto benissimo». A vederlo in campo non si direbbe proprio.

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