Quando il titolo è questione di "patti". Tre passaggi per l'alchimia vincente

Dal vertice estivo a Villa Bellini alle parole nello spogliatoio dopo il Real, all'ok del gruppo per far slittare gli emolumenti

Quando il titolo è questione di "patti". Tre passaggi per l'alchimia vincente

Non si vince di soli patti, ma con i patti si vince. È una legge non scritta del nostro pallone. Del resto in un Paese abituato ai patti tra il diavolo e l'acqua santa, fra Don Camillo e Peppone, e tutti figli dei Patti Lateranensi, come non crederci? L'Inter all'italiana, solitamente in Cina si patteggia meno, a corto di danari fin da questa estate, ci ha provato e ce l'ha fatta. Esperienza felice seppur faticosa: ce ne sono voluti almeno tre, divulgati ad uso e consumo del popolo, per riuscirne a cavarne l'alchimia vincente.

Nell'immaginario calcistico sono stati definiti il patto estivo di Villa Bellini, dimora immersa nei silenzi di Somma Lombardo dove si è detto: o si fa l'Inter o si divorzia. Il patto autunnale della disperazione dopo Inter-Real Madrid, finita malamente e con essa la Champions nerazzurra. E il patto invernale della generosità, dove giocatori e tecnici hanno acconsentito a far slittare alcuni mesi di stipendio. L'unione fa la forza, pur senza danari in cassa: e questo è stato l'unico patto non scritto, e non sventolato, che, alla lunga, ha portato l'Inter allo scudetto e lo scudetto all'Inter.

Storia vuole che tutto cominci con il muso lungo di Antonio Conte e la voglia, tra lui e il club, di lasciarsi senza rancore: divergenze con la dirigenza, ambizioni e valutazioni diverse sul mercato. L'Inter era un insieme di cocci, appena sortiti dalla delusione feroce nella finale di Europa League. Che fare allora? Un incontro agostano di tre ore per l'audience giornalistica. Il vivace giovin presidente Steven Zhang pronto a spiegare che ciascuno è libero di andarsene, ma senza buona uscita. Anzi la società ha messo il tecnico, spesso polemico, davanti alla radiografia delle casse del club: poco da spendere, meglio risparmiare. L'Inter, per il vero, aveva già acquistato Hakimi ad un notevole prezzo (40 milioni più bonus), e se aggiungiamo che in rosa figuravano Barella (50), Lukaku (80), Lautaro (25), Eriksen (20), senza dimenticare che il danese e Perisic erano due vincitori di Champions, perché l'allenatore avrebbe dovuto lamentarsi e andarsene? Unica contropartita: conta vincere, ma non chiediamo miracoli.

Conte ha incassato il colpo e, da quel momento, è diventato allenatore aziendalista. Inizialmente pareva perfino aver perso il furore doc. Poi il tempo e qualche intemperia calcistica hanno fatto ritrovare il leader da battaglia. Frattanto c'era da ritrovare anche l'Inter e le cose si sono fatte difficili a novembre, quando la sconfitta con il Real a San Siro ha avviato la squadra all'uscita dalla Champions. E qui tra la notte buia di San Siro e il mattino freddo di Appiano Gentile la squadra ha lasciato sortire veleni ed avvelenamenti interni, un mea culpa generale. Faccia a faccia per salvare la faccia. Tutti capivano che quella squadra aveva qualità e la possibilità di vincere. Ma la pazzia nerazzurra imperversava, ricomparsa nella partita precedente con il Torino: sotto di due reti, poi finita 4-2 per i nerazzurri. Che fare? Conte ha cambiato assetto tattico e riveduto alcune valutazioni su Eriksen, l'Inter modo di pensare: eccolo il patto scudetto. Con il Sassuolo sono stati squilli di tromba e l'allegra cavalcata ha preso forma. Infine il patto degli stipendi: insieme nella bufera, soli contro tutti. La logica era chiara: vinciamo e vediamo. Uno scudetto non paga gli stipendi, ma aiuta.

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