La frase a effetto, studiata da Giovanni Malagò, per celebrare il successo elettorale e dare un senso al prossimo mandato nel calcio italiano, può diventare una spinta propulsiva al cambiamento indispensabile oppure una prigione tra veti e resistenze antiche. Con il quasi 70% dei voti a disposizione dovrebbe ingranare la marcia da stamane e viaggiare spedito realizzando il programma elettorale. E invece al netto delle indispensabili esigenze economiche - sarà la chiave di lettura per spiegare il ritorno di Mancini ct - dovrà fare i conti proprio con l'egoismo delle stesse componenti che pure gli hanno assicurato il proprio sostegno. Basta dare un'occhiata alla nomina dei consiglieri eletti dalla Lega di A (Marotta e Chiellini) per capire che sono gli stessi della passata legislatura firmata da Gravina rieletto con un plebiscito del 98% dei voti. Eppure non gli riuscì di portare a casa nemmeno una delle riforme preparate. Malagò è un dirigente navigato, è riuscito a navigare in queste ultime settimane nonostante soffiasse forte il vento in faccia proveniente dalla politica, ha alle spalle i successi collezionati con il Coni e Milano-Cortina che devono avergli dato la spinta a correre il rischio di entrare in questo mondo un po' malato e impolverato, capace però di bruciare un bel numero di ct e di dirigenti (da Abete a Gravina, da Prandelli a Gattuso). La precedente esperienza, come commissario della Lega A, non fu esaltante nonostante si fosse conclusa con la nomina di un brillante manager (Gaetano Miccichè).
Questa volta, capita l'antifona, sarà meglio dotarsi di un giubbotto anti-proiettile e puntare dritto su due-tre obiettivi. Per guarire questo calcio segnato da una grave crisi economica e occupato dai fondi americani, ci vorrebbe un mago del bisturi. Oppure, come lui stesso ha riconosciuto, un folle.