"Voglio essere io l'antivirus. Salirò sul ring col Tricolore"

Sfida dei massimi martedì negli Usa per il pugile musicista e universitario. Primo italiano a riprendere dopo il lockdown

La boxe, il piano e il Coronavirus: bentornato Vianello. È il gigante romano il primo italiano a tornare in gara, anzi a combattere, dopo il lockdown. Guido Vianello, il 9 giugno, salirà sul ring nei massimi per un test contro l'americano Don Haynesworth. Finora, il pugile di stanza a Las Vegas ha sempre steso i suoi avversari (6 vittorie consecutive prima del limite da quando è passato nei pro). Ma il knockdown più importante ed atteso adesso è quello da assestare al nemico invisibile e più subdolo: «Sono io l'antivirus», sdrammatizza.

Vianello, come ha vissuto il lockdown?

«Ero pronto per il mio incontro a Quebec City del 28 marzo, ma all'ultimo mi fermano: Guido, non puoi combattere, hanno chiuso la frontiera con il Canada. Ero in crisi, da solo. Mi chiedevo: che cosa faccio, torno in Italia? Ho deciso di rimanere qui a Las Vegas, con la famiglia del mio allenatore, Kevin Barry, per proseguire il mio percorso. La scelta migliore».

Com'è vivere a Las Vegas in questi giorni?

«È come essere nel deserto. Da quando hanno chiuso gli hotel e i casino, in strada non c'è anima viva. Mai visto. Sembra uno di quei film dell'orrore».

Si è potuto allenare?

«Sì, nella palestra privata del mio trainer. Questi mesi sono passati velocemente, tra un esame alla Luiss (voto 30, facoltà di Scienze Politiche) e la musica, visto che mi diletto a suonare il piano».

Che garanzie di sicurezza le hanno dato per il ritorno sul ring?

«I protocolli sono molto severi: saremo sottoposti agli esami clinici e poi ci rinchiuderemo una settimana all'MGM Grand di Las Vegas, dove si terrà la riunione. Saremo al massimo tre persone: io, il coach e un assistente, loro dovranno indossare le mascherine. L'evento sarà a porte chiuse ma trasmesso dall'Espn in diretta nazionale. Sarà un bel test: per me e per capire se si potrà tornare alla normalità».

Cosa prova ad essere il primo italiano a riprendere?

«Sentire da lontano che in Italia la gente moriva è stato terribile. Per questo salirò sul ring con la bandiera del mio popolo: sono diventato ancora più patriottico. Voglio rappresentare l'antivirus».

E pensare che la sua è una famiglia di tennisti.

«Già. Fabrizio, mio papà, è un maestro di tennis. Mia sorella Elena ci ha giocato e mio fratello Giacomo ha fatto da sparring partner a gente come Venus Williams, Nadal e Djokovic. Io, una volta entrato, per caso, in palestra, non ne sono più uscito».

Negli anni '30 un altro gigante buono come lei si trasferì negli Usa: Primo Carnera.

«Sì e devo ringraziare la Top Rank di Bob Arum e il mio manager Sam Jones. Solo venendo qui capisci bene cos'è il pugilato. Ricordo quando al mio esordio al Madison Square Garden un addetto mi prese per il gomito e mi fece vedere il manifesto in bianco e nero del match tra Benvenuti e Griffith. Abbiamo ricordi in bianco e nero che sono bellissimi, ci meritiamo di aggiornarli e spero con questa mia avventura americana di riportare il colore nella categoria dei massimi».

A proposito di pesi massimi, lei è amico dell'inglese Tyson Fury.

«Ci siamo allenati assieme più volte, una di queste prima del suo match vinto contro Wilder. Lui, Fury, è simpatico e speciale, mi ha anche ospitato a casa sua. Per me è il migliore sulla scena attuale, persino meglio di Joshua, perché è più completo».

E del ritorno dell'altro Tyson cosa pensa?

«Spero che non finisca come la pagliacciata tra Mayweather e McGregor. Mike è un personaggio, dà spettacolo, come piace fare a me quando salgo sul ring con la maschera di gladiatore. Se Mike torna sul ring a 53 anni, è un messaggio forte e di speranza per gli altri».

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