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La stanza di Feltri

Il problema dei maranza non è linguistico

I maranza possono stare tranquilli: prima o poi qualcuno li proteggerà anche dal vocabolario

"Nuovi italiani" senza voglia di integrazione

Caro direttore Feltri, leggo che l’ex Capo della Polizia, Franco Gabrielli, è dispiaciuto che ci siano ragazzi che vengono chiamati «maranza». Un brutto termine, dice, che sa di etichettatura etnica. Che sarebbe il caso di scusarsi di averlo fatto. Ah, non di scusarsi con quelli a cui i maranza ne combinano di tutti i colori. Li assimila, Gabrielli, a chi veniva dal meridione, negli anni Cinquanta, ed era chiamato «terrone». I meridionali venivano per lavorare, per dare un futuro alla famiglia. È vero, erano chiamati terroni, termine non proprio simpatico. Ma c’è una bella differenza, con i maranza. Questi non hanno intenzione di lavorare. Sono qui per fare disastri e sono loro che vogliono farsi chiamare maranza. E questo sarebbe Gabrielli, che aspira a diventare Ministro dell’Interno in un futuro Governo di sinistra. Questa perla si aggiunge all’altra di Elly Schlein che, come primissimo provvedimento in caso di vittoria (Dio ce ne scampi) non ha la Sanità, le pensioni, il lavoro, la scuola. No. Sarà il riconoscimento dello Stato di Palestina.

Giordano Citterio

Caro Giordano, in Italia abbiamo trovato la vera emergenza: le parole. I maranza possono stare tranquilli: prima o poi qualcuno li proteggerà anche dal vocabolario. Gabrielli si preoccupa che chiamarli «maranza» possa risultare razzista. Dev’essere una consolazione enorme per chi è stato derubato. Se ti spaccano la faccia, la cosa fondamentale è non spaccare la sensibilità dell’aggressore. Il dolore passa, l’offesa semantica potrebbe lasciare cicatrici. Il paragone con i meridionali degli anni Cinquanta è poi una perla. Quelli arrivavano con una valigia e una voglia matta di lavorare. Non cercavano risse: cercavano un salario. Erano chiamati «terroni» e fu un’ingiustizia. Ma confondere quella discriminazione con chi oggi delinque è come paragonare un muratore a un vandalo perché entrambi usano un martello. Il martello, però, non ha mai avuto colpa. Come non ha colpa l’origine di nessuno. La colpa è di chi commette il reato. Ma guai a chiamarlo «delinquente», meglio «persona temporaneamente in conflitto con il codice penale». Poi c’è la Palestina, che secondo Schlein sarebbe una delle prime urgenze di un eventuale governo. Benissimo, purché nel frattempo qualcuno si ricordi che esiste anche un Paese chiamato Italia. Dove andare dal medico può richiedere più pazienza che andare in pellegrinaggio. Dove i giovani cercano lavoro e trovano stage pagati con un grazie. Dove le pensioni vengono trattate come un favore e la scuola come un soprammobile. Ma queste sono inezie: prima bisogna salvare il mondo. Vorrà dire che intanto, se domani uno mi ruba il portafoglio, cercherò di chiamarlo in maniera politicamente corretta: perderò i soldi, ma avrò salvato la grammatica.

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