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Dietro ogni divisa c'è un uomo che rischia

Francesco Imprezzabile aveva 39 anni. Stava facendo il suo lavoro. Stava cercando di fermare chi aveva deciso di non fermarsi all'alt imposto dalle forze dell'ordine.

Dietro ogni divisa c'è un uomo che rischia
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Caro Direttore Feltri, a Milano è morto un agente della Polizia Locale, Francesco Imprezzabile, mentre inseguiva un'auto che non si era fermata all'alt. Aveva 35 anni e stava semplicemente facendo il suo lavoro. Mi domando una cosa: perché quando durante un inseguimento muore un criminale assistiamo a proteste, polemiche, accuse alle forze dell'ordine e processi mediatici, mentre quando a perdere la vita è un poliziotto sembra che tutto venga archiviato come un inevitabile rischio del mestiere? Non le pare che esista un evidente doppio standard?

Paolo Bernardi

Caro Paolo,
non solo mi pare che esista un doppio standard. Mi pare che esso sia diventato la cifra morale del nostro tempo. Un tempo si stava dalla parte delle guardie e contro i ladri. Oggi, troppo spesso, si sta contro le guardie e si cercano attenuanti per i ladri.

Francesco Imprezzabile aveva 39 anni. Non stava rapinando una banca. Non stava rubando un'auto. Non stava spacciando droga. Non stava fuggendo da un controllo. Stava facendo il suo lavoro. Stava cercando di fermare chi aveva deciso di non fermarsi all'alt imposto dalle forze dell'ordine. Eppure la sua morte rischia di essere archiviata come una fatalità, come un incidente di percorso, come una delle tante notizie destinate a sparire dopo poche ore.

È il rischio del mestiere, dirà qualcuno. Curioso. Perché questa espressione viene utilizzata quasi esclusivamente quando a morire è un uomo in divisa. Quando invece perde la vita un criminale durante una fuga, un inseguimento o una rapina, improvvisamente il rischio del mestiere scompare. In quel caso si aprono inchieste, si organizzano cortei, si incendiano quartieri, si cercano colpevoli alternativi.

Lo abbiamo visto a Milano dopo la morte di Ramy Elgaml. Per giorni il quartiere Corvetto è stato messo a ferro e fuoco. Le forze dell'ordine sono state dipinte come carnefici. Si è parlato di persecuzioni, di abusi, di responsabilità dei carabinieri. Eppure esisteva un fatto elementare che molti sembravano intenzionati a dimenticare: quel ragazzo stava scappando da un controllo. Nessuno lo aveva obbligato a fuggire. Nessuno lo aveva costretto a sottrarsi all'alt. Nessuno aveva imposto quella condotta che ha dato origine alla tragedia. Eppure sotto accusa sono finiti coloro che avevano il dovere di inseguire. Questo è il punto sul quale continuo a insistere e continuerò a insistere: la sistematica delegittimazione delle nostre forze di polizia. Da anni assistiamo a una pericolosa inversione morale. Chi indossa una divisa viene osservato con sospetto. Chi infrange la legge viene spesso raccontato come una vittima delle circostanze.

Chi tutela l'ordine pubblico deve giustificare ogni intervento. Chi viola le regole trova sempre qualcuno disposto a spiegare che, in fondo, la colpa è della società. È una follia. Se un agente insegue un fuggitivo, fa il proprio dovere. Se un carabiniere ferma un sospetto, fa il proprio dovere. Se un poliziotto interviene contro un rapinatore, fa il proprio dovere. Lo Stato esiste anche perché esistono uomini e donne disposti a correre rischi che la maggior parte di noi non accetterebbe mai di correre.

La verità è che ci siamo abituati a considerare il sacrificio delle forze dell'ordine come qualcosa di dovuto. Se cade un agente, un carabiniere, un militare, molti alzano le spalle. Era il suo lavoro, si dice. Era il rischio del mestiere.

Ma allora dovremmo avere il coraggio di applicare lo stesso principio anche all'altra parte. Chi sceglie di rubare, rapinare, spacciare o fuggire a un controllo sta compiendo una scelta libera. Anche quella comporta rischi. Eppure oggi accade spesso il contrario: il rischio del mestiere vale per il poliziotto, non per il criminale.

Io non riesco ad accettare questa deformazione morale.

Uno Stato che non difende chi lo difende è uno Stato che si indebolisce da solo. Una società che prova più indignazione per la sorte di chi fugge dalla legge che per quella di chi la fa rispettare è una società che ha smarrito il senso delle proporzioni.

Per questo oggi il mio pensiero va a Francesco Imprezzabile e alla sua famiglia. Perché dietro una divisa non c'è un simbolo astratto.

C'è un uomo. E troppo spesso ce ne ricordiamo soltanto quando è troppo tardi.

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