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Marine Le Pen e l'Europa stanca

Marine Le Pen è data nettamente in testa alle intenzioni di voto per le presidenziali francesi del 2027 e, soprattutto, cresce di quattro punti in appena due settimane

Marine Le Pen e l'Europa stanca
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Caro direttore, Marine Le Pen, nonostante anni di processi, polemiche e attacchi politici, guida oggi i sondaggi per le Presidenziali francesi del 2027. Secondo lei è il segno che gli elettori stanno cambiando idea sull’immigrazione e sulla sicurezza oppure è soltanto un sondaggio destinato a cambiare?

Alessandra Stilo

Cara Alessandra, i sondaggi non sono il Vangelo, ma sono il termometro di una società. E quando un termometro segna una febbre alta, il medico non rompe il termometro: cerca di capire quale sia la malattia. Così dovrebbe fare anche la politica.

Marine Le Pen è data nettamente in testa alle intenzioni di voto per le presidenziali francesi del 2027 e, soprattutto, cresce di quattro punti in appena due settimane. Non è un dettaglio statistico. È un segnale politico di enorme rilevanza. Significa che qualcosa si sta muovendo nell’opinione pubblica francese e, più in generale, europea.

Da anni una parte consistente delle élite continua a ripetere che chi denuncia i problemi dell’immigrazione incontrollata sarebbe un allarmista, un populista, un estremista. Eppure i cittadini, uscendo di casa, non incontrano le teorie sociologiche: incontrano la realtà. E la realtà, piaccia o meno, è fatta di quartieri degradati, di insicurezza crescente, di criminalità diffusa, di aggressioni, di rapine e di una cronaca che racconta con impressionante frequenza episodi di violenza commessi con coltelli, machete e altre armi da taglio.

Non è un’invenzione della propaganda. È la cronaca quotidiana.

I francesi, come gli italiani, come tanti altri popoli europei, hanno la sensazione che le regole sull’ingresso e sulla permanenza nel territorio dell’Unione siano state per troppo tempo applicate con lassismo o, peggio, considerate un fastidioso dettaglio burocratico. Quando un numero crescente di cittadini percepisce che lo Stato fatica a garantire sicurezza e controllo, è naturale che premi chi promette di ristabilire ordine.

Si può essere d’accordo o meno con le proposte di Marine Le Pen, ma liquidare milioni di elettori come ignoranti o manipolati è il modo migliore per non capire ciò che sta accadendo.

C’è poi un altro aspetto che trovo interessante. Per anni si è pensato che un’inchiesta giudiziaria, un processo o una campagna mediatica ostile bastassero a distruggere una carriera politica. Oggi assistiamo spesso al fenomeno opposto. Quando una parte dell’elettorato ritiene che un leader venga colpito con un accanimento sproporzionato, può sviluppare un sentimento di solidarietà. Non sempre accade, naturalmente, ma accade sempre più spesso.

È successo in diversi Paesi. È accaduto anche in Italia. E oggi sembra verificarsi anche in Francia. Più certi leader vengono descritti come il male assoluto, più una parte dell’opinione pubblica si convince che siano vittime di un sistema deciso a impedirne l’ascesa. Così il processo, anziché diventare un deterrente elettorale, rischia di trasformarsi in un moltiplicatore di consenso.

Questo non significa che la magistratura non debba fare il proprio lavoro. Significa soltanto che la politica non può pensare di vincere affidandosi ai tribunali o alle campagne di delegittimazione. Le elezioni si vincono convincendo gli elettori, non demonizzando gli avversari.
La crescita di Marine Le Pen, quindi, non racconta soltanto la vicenda personale di una leader. Racconta la stanchezza di un popolo. E forse racconta la stanchezza di un’intera Europa, che chiede più sicurezza, più controllo delle frontiere, più rispetto delle regole e meno lezioni ideologiche.

Ignorare queste evidenze sarebbe

un errore. Perché i sondaggi possono sbagliare le percentuali, ma raramente sbagliano a segnalare il vento che sta cambiando. E il vento, oggi, soffia in una direzione che fino a pochi anni fa molti ritenevano impensabile.

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