Gentile Direttore Feltri, ho letto le dichiarazioni dell'avvocato del ventiduenne accusato di avere accoltellato un uomo a Milano, il quale avrebbe definito il suo assistito un «ragazzino smarrito e confuso» aggiungendo che non ricorderebbe quanto accaduto. Le confesso che sono rimasto sconcertato. A me pare che ogni volta che un criminale commette un fatto gravissimo si cerchi sempre una spiegazione capace di alleggerirne le responsabilità: era smarrito, era confuso, non ricorda, non era in sé. Ma un uomo di ventidue anni è davvero un ragazzino? E soprattutto, è possibile che chi esce armato e viene accusato di un gesto così grave poi improvvisamente non ricordi più nulla? Lei cosa ne pensa?
Simona Raspini
Cara Simona,
quello che mi colpisce non è tanto la strategia difensiva dell'avvocato, il quale svolge il proprio mestiere e ha il dovere di tutelare il suo assistito. Mi colpisce piuttosto la cultura che da anni impregna il nostro dibattito pubblico, secondo cui il colpevole deve essere trasformato, prima ancora che in imputato, in vittima.
È quasi un riflesso automatico. Non appena qualcuno viene accusato di un delitto efferato, ecco comparire il lessico dell'assoluzione morale: è fragile, è smarrito, è confuso, è disorientato, non ricorda, ha avuto un raptus, è stato sopraffatto dalle circostanze, infanzia difficile. La responsabilità personale sembra essere diventata un concetto fuori moda. Consentimi però una domanda. Da quando un uomo di ventidue anni è un ragazzino? Io a ventidue anni lavoravo già da tempo, mi assumevo responsabilità, mantenevo una famiglia. Milioni di italiani della mia generazione, a quell'età, non erano ragazzini. Erano uomini e donne chiamati a rispondere delle proprie azioni.
Oggi, invece, assistiamo a un curioso fenomeno: l'età adulta viene continuamente spostata in avanti quando bisogna giudicare chi delinque, mentre scompare improvvisamente quando si pretende di attribuire diritti, autonomia e capacità di scelta.
Se un ventiduenne commette un reato gravissimo diventa un ragazzo smarrito. Se invece deve votare, decidere del proprio futuro o rivendicare qualsiasi altro diritto, allora è un adulto pienamente consapevole.
Questa doppia misura mi lascia alquanto perplesso.
Quanto alla memoria, sarà naturalmente la magistratura ad accertare i fatti e a valutare ogni elemento. Ma osservo che sempre più spesso, davanti ai delitti più gravi, compare questa improvvisa amnesia. È diventata quasi una costante narrativa: prima l'azione sarebbe lucida e determinata, poi, una volta arrestati, il ricordo svanirebbe.
Sarà il processo a stabilire cosa sia realmente accaduto. È giusto che sia così. Quello che invece possiamo già osservare è un fenomeno culturale ben più ampio: l'ossessione di trovare sempre una giustificazione al criminale e quasi mai una parola di autentica vicinanza per chi subisce la violenza.
Ci preoccupiamo di capire l'aggressore molto più di quanto ci preoccupiamo della vittima. È un ribaltamento morale che considero profondamente sbagliato.
Perché una società civile deve certamente garantire a ogni imputato un processo giusto e il pieno diritto di difendersi. Ma non deve perdere il coraggio di chiamare ciascuno alle proprie responsabilità.
Un uomo di ventidue anni non è un
bambino. È un adulto. E gli adulti rispondono delle proprie azioni. Questo principio, che un tempo appariva ovvio, oggi sembra quasi rivoluzionario. Io continuo invece a considerarlo il fondamento stesso della giustizia.