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Se anche l'uso del taser si trasforma in ideologia

La sensazione è che a Milano ogni questione venga ormai filtrata attraverso la lente dell'ideologia. La sicurezza? Ideologia. Il traffico? Ideologia. L'urbanistica? Ideologia

Se anche l'uso del taser si trasforma in ideologia
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Caro Vittorio,

ho letto che a Milano gli agenti della polizia locale potranno ottenere il taser solo dopo aver frequentato, tra le altre cose, un corso dedicato alle tematiche transgender e Lgbt. Confesso di non capire il nesso tra l'uso di uno strumento di sicurezza e una formazione di questo tipo. Lei cosa ne pensa?

Leonardo Riva

Caro Leonardo,

al tuo quesito, francamente, faccio fatica a rispondere. Non perché la domanda sia complessa, ma perché il nesso tra le due cose semplicemente non esiste. Da una parte abbiamo uno strumento operativo destinato agli agenti di polizia locale; dall'altra un corso di formazione ideologica sulle questioni di genere e sull'universo Lgbt. Il collegamento tra le due materie è misterioso quanto il significato di certi regolamenti prodotti dalle amministrazioni progressiste. Il taser non è un'arma di oppressione. Non è uno strumento di discriminazione. Non è un mezzo di persecuzione delle minoranze. È, molto banalmente, un dispositivo che consente agli agenti di immobilizzare un soggetto violento riducendo il rischio di conseguenze ben più gravi. In altre parole, il taser tutela innanzitutto la persona contro la quale viene utilizzato. Molti ignorano questo aspetto. Se un agente è costretto a intervenire contro un individuo aggressivo, armato o fuori controllo, il taser rappresenta spesso l'alternativa che evita l'impiego di strumenti ben più pericolosi. Riduce il rischio per l'operatore, per i cittadini presenti e persino per il soggetto fermato. È dunque curioso che proprio coloro che si dichiarano sempre dalla parte della tutela delle persone guardino con sospetto uno strumento che nasce

precisamente per limitare i danni. Se il Comune avesse imposto corsi specifici sull'uso del taser, sulla gestione operativa delle situazioni di crisi, sulla proporzionalità dell'intervento o sulle responsabilità giuridiche degli agenti, nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare. Sarebbe stato logico. Sarebbe stato persino doveroso.

Ma qui accade qualcosa di diverso. Si introduce una formazione che nulla ha a che vedere con il funzionamento dello strumento e la si collega alla sua assegnazione. È come pretendere che un vigile frequenti un seminario sulla poesia simbolista per imparare a dirigere il traffico. Il problema non è la poesia. Il problema è che non c'entra assolutamente nulla.

La sensazione è che a Milano ogni questione venga ormai filtrata attraverso la lente dell'ideologia. La sicurezza? Ideologia. Il traffico? Ideologia. L'urbanistica? Ideologia. Persino il taser deve passare attraverso il vaglio del politicamente corretto prima di essere considerato accettabile.

Nel frattempo, però, i cittadini continuano a chiedere una cosa molto semplice: strade sicure, interventi efficaci e forze dell'ordine messe nelle condizioni di lavorare. Richieste banali, verrebbe da dire. Eppure sembrano diventate rivoluzionarie. La sinistra milanese appare sempre più impegnata a risolvere problemi teorici che esistono soprattutto nei convegni e sempre meno interessata ad affrontare quelli reali che i cittadini incontrano ogni giorno uscendo di casa.

Non stupisce quindi che una misura pratica e utile come il taser venga trasformata nell'ennesimo terreno di battaglia ideologica. È il destino di tutto ciò che passa dalle mani di chi ritiene che la realtà debba adattarsi alla teoria e non il contrario.

E così accade che, per autorizzare l'uso di uno strumento destinato a contrastare criminali,

aggressori e soggetti violenti, si ritenga indispensabile una lezione sulle identità di genere. Se non fosse una notizia vera, sembrerebbe una caricatura.

Ma a Milano, purtroppo, la caricatura è spesso diventata metodo di governo.

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