Gentile direttore, sono proprietario di alcuni immobili che affitto regolarmente. In questi giorni ho letto dichiarazioni di un insegnante che, sia pure in forma di paradosso, ipotizza l'avvelenamento dei proprietari di case considerati speculatori. Le confesso che, oltre
a trovarle inquietanti, mi fanno sorgere una domanda semplice: cosa dovremmo fare noi proprietari? Regalare i nostri beni? Rinunciare a trarne un legittimo profitto per non essere additati come nemici sociali? Lei cosa ne pensa?
Paolo Ruggieri
Caro Paolo,
penso che siamo arrivati a un punto talmente basso del dibattito pubblico da non stupirci più neppure davanti all'evocazione dell'omicidio come strumento di giustizia sociale. E questo è il vero problema: non tanto la boutade chiamiamola così, per generosità di un docente che fantastica di avvelenare i proprietari, ma il clima culturale che rende simili uscite tollerabili, quasi digeribili. Perché vede, quando un insegnante quindi qualcuno che dovrebbe educare, formare, trasmettere senso della misura si permette di parlare, anche per paradosso, di eliminare fisicamente una categoria di persone, non sta facendo letteratura. Sta contribuendo a legittimare un'idea: che la violenza, se indirizzata contro il bersaglio giusto, sia comprensibile, se non addirittura giustificabile. E il bersaglio, guarda caso, è sempre lo stesso: chi possiede qualcosa.
Il proprietario diventa automaticamente colpevole. Colpevole di aver acquistato, ereditato o costruito un bene. Colpevole di metterlo a reddito. Colpevole, in sostanza, di esercitare un diritto elementare in qualsiasi società liberale: quello di disporre della propria proprietà. Ora,
io mi trovo nella tua stessa situazione: possiedo degli immobili e li affitto. Non mi risulta di aver commesso alcun crimine. E tuttavia, stando a questa narrazione sempre più diffusa, dovrei quasi sentirmi in difetto, come se stessi sottraendo qualcosa a qualcuno. Mi auguro, a questo punto, di non dovermi guardare alle spalle temendo che l'inquilino, ritenendo l'affitto troppo alto, decida di passare dalle lamentele alla ricina. Siamo al grottesco. Il punto è che si è smarrito completamente il confine tra giustizia e invidia sociale.
Chiariamo: nessuno è obbligato ad affittare una casa a un prezzo che non ritiene congruo e nessuno è obbligato ad accettare condizioni che non condivide. Si chiama libertà. Ciò che invece non si chiama libertà è incitare, anche solo simbolicamente, alla violenza contro chi esercita un diritto. E qui emerge l'ipocrisia più clamorosa. Perché la stessa area culturale che si straccia le vesti di fronte all'uso della forza da parte dello Stato, che grida allo scandalo se un gioielliere si difende da una rapina o se le forze dell'ordine intervengono per ristabilire l'ordine, trova improvvisamente comprensibili - se non suggestive - fantasie di eliminazione fisica dei ricchi, dei proprietari, dei padroni.
La violenza, insomma, non è più un problema in sé. Dipende da chi la esercita e contro chi. Questo è il vero salto di qualità, ed è inquietante. E ancora più inquietante è che certe idee circolino proprio nella scuola, dove invece si dovrebbe insegnare il rispetto delle regole, dei diritti, delle persone. Se un docente può permettersi di evocare scenari simili senza percepirne la gravità, allora è legittimo chiedersi non solo cosa stiano imparando i ragazzi, ma da chi lo stiano imparando. Non mi stupisce, a questo punto, che si arrivi a teorizzare la pulizia della proprietà privata, come se fosse una colpa da estirpare. È una vecchia storia, già vista, già fallita, e ogni volta lascia dietro di sé macerie, non giustizia. La proprietà privata non è un privilegio da abbattere. È un pilastro dello Stato di diritto.
Senza di essa, senza la libertà di possedere e di disporre dei propri beni, non esiste società libera, ma solo arbitrio. E chi oggi scherza con l'idea di avvelenare i proprietari, domani potrebbe smettere di scherzare. Ecco perché non c'è nulla da ridere.